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Il Venezuela è intenzionato a incrementare la produzione petrolifera, malgrado le sanzioni americane che ne impediscono la compravendita, di recente ampliate per bloccare i principali attori di un meccanismo studiato per aggirarle. Si vuole arrivare a 800 mila barili al giorno nel breve termine – il doppio di quanto avviene al momento – e 1.4 milioni nel lungo termine. Un elemento utile  di paragone è il dato secondo il quale il paese, uno dei grandi esportatori a livello mondiale, per decenni, ha estratto 3.5 milioni e mezzo di barili al giorno.

Le condizioni della compagnia statale Petróleos de Venezuela Sa (Pdvsa), deteriorate da cattiva gestione, corruzione, e fuga di personale qualificato, richiedono ingenti investimenti, da destinarsi a ristrutturazione e riqualificazione, per il raggiungimento della portata di tale obiettivo. La riattivazione del settore esige anche una flessibilizzazione del controllo esclusivo del mercato da parte di Pdvsa. In un contesto chiuso al capitale straniero, con un sistema di organizzazione industriale di stampo socialista, queste sembrerebbero dichiarazioni prive di fondamento.

Per tutto contrario, il governo di Nicolás Maduro si appella alla discussa legge antiblocco del 2020, che attribuisce capacità speciali al governo, per intervenire in maniera trasversale nel tessuto economico, e aprire ad accordi internazionali. Nella tutela del giro di affari che costituisce l’asse centrale delle finanze nazionali, e in quella che si definisce una “nuova tappa”, Maduro conta con il ministro del petrolio, Tarek El Aissami, uno dei pezzi da novanta dello scacchiere politico, e Asdrúbal Chávez, attuale presidente della Pdvsa, il quale ne ha detenuto la caduta libera.

Il chavismo alla ricerca di capitali ha parecchi ostacoli lungo il suo percorso. I veti, e il conseguente isolamento, costituiscono un problema per le maggiori compagnie occidentali e i requisiti di trasparenza dettati dalla loro governance. Nonostante ciò, il governo potrebbe ragionevolmente ottenere la collaborazione di operatori privati venezuelani, contrattisti esteri di media grandezza, e produttori turchi, iraniani, e indiani. Con la riapertura dei pozzi della costa orientale, il lago Maracaibo, lo stato di Zulia, e il bacino del Orinoco, perlomeno gli 800 mila barili sarebbero garantiti.

Le società petrolifere private risentono della alta tassazione, il credito irrisolto con lo stato e le difficoltà nel ritorno dall’estero dei propri attivi. La fine del controllo dei cambi, sancita dalla banca centrale in due fasi, nel 2018 e il 2019, gli ha concesso respiro. La legge antiblocco, per dimostrare la sua efficacia, dovrà contribuire ad alleviare l’eccesso di regolamentazione che ha danneggiato l’industria, rimettere in moto le imprese miste, e garantire sicurezza al patrimonio privato delle compagnie straniere che sono rimaste in Venezuela, pur in modalità stand by.