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Venti di (apparente) cambiamento stanno attraversando la scena politica venezuelana. Il presidente Nicolas Maduro ha reso noto di voler graziare più di 100 esponenti dell’opposizione, accusati di svariati reati, tramite quella che potrebbe rivelarsi come la più significativa amnistia politica dell’ultimo decennio. Il decreto presidenziale, come riferito dal portavoce di Maduro Jorge Rodríguez, pone fine a venti procedimenti giudiziari intentati contro politici ed attivisti attualmente in carcere oppure in esilio. L’esecutivo ha chiarito che le azioni del presidente mirino a “rafforzare l’unità nazionale” in vista delle elezioni parlamentari previste per il 6 dicembre. Un tentativo che sembra già fallito: diversi “graziati” si sono scagliati contro il presidente affermando che, in primis, non hanno commesso alcun crimine.

La reazione delle opposizioni

Secondo Dimitris Pantoulas, analista politico sentito da Bloomberg, “il governo sta usando i prigionieri politici come merce di scambio ed intende indebolire Guaidó creando divisioni all’interno dell’opposizione che, nel corso dei mesi, ha ripetutamente posto la liberazione dei prigionieri politici come precondizione per poter partecipare alle elezioni di dicembre. Renzo Prieto e Glibert Caro, due deputati di Forza Popolare imprigionati rispettivamente a marzo ed a dicembre del 2019, sono tra coloro che dovrebbero essere liberati dalla prigionia. Sulla lista non ci sono, però, i nomi di Juan Guaidó e del suo alleato Leopoldo Lopez e nemmeno quelli di Raul Baduel e Miguel Rodriguez Torres, ex ministri durante la presidenza di Hugo Chávez. I 27 partiti che formano il nucleo dell’opposizione avevano chiarito, il 2 agosto, come non intendessero partecipare alle elezioni, considerate una sorta di “frode”. Un documento comune  affermava che ” il regime di Nicolas Maduro, sfruttando il controllo che esercita su tutti i pubblici poteri in Venezuela, nega la possibilità che ci possa essere una scelta libera e competitiva”. Il documento reiterava la richiesta di far votare tutti i cittadini, compresi quei cinque milioni di persone costrette a lasciare il Paese a causa della crisi economica e chiedeva garanzie in merito allo svolgimento di un voto “libero e senza coercizioni”.

Una crepa pericolosa

Il fronte dell’opposizione si sarebbe, però, spaccato, stando a quanto riferito da alcune fonti. Henrique Capriles e Stalin Gonzales, due importanti esponenti politici, starebbero trattando con l’esecutivo del presidente Maduro circa la possibilità di prendere parte alle elezioni legislative. Prima la Giustizia ed Una Nuova Era, di cui sono membri, rispettivamente, Capriles e Gonzales, erano tra i ventisette partiti che si erano impegnati nel boicottaggio. Mevlut Cavusoglu, ministro degli Esteri della Turchia, particolarmente vicina dal punto di vista politico al Venezuela, ha dichiarato, in una conferenza stampa, che Capriles e Gonzales avrebbero richiesto la presenza di osservatori stranieri per monitorare il voto e che Maduro avrebbe accettato questa richiesta. Capriles, in una serie di tweet, ha detto di essere pronto ad interloquire con molti attori internazionali per aiutare il Venezuela ad uscire dalla “crisi”.

L’esperienza del passato

Le elezioni parlamentari del 2015 si erano concluse con la vittoria di Unità per il Venezuela, una federazioni di partiti democristiani, liberali, socialdemocratici e centristi, nata nel 2008 ed in grado di aggiudicarsi ben 109 seggi sui 167 dell’Assemblea Nazionale. Il Partito Socialista Unito del Venezuela, di cui è presidente Nicolas Maduro, si era invece dovuto accontentare di 55 seggi. Uno sviluppo mai accettato dal Capo di Stato e che aveva dato vita ad una vera e propria crisi costituzionale conclusasi, nel 2017, con la nascita di un nuovo organo legislativo, l’Assemblea Costituente, dominata dagli alleati del presidente. Uno dei pochi sondaggi diffusi in vista delle consultazioni di dicembre, realizzato da Delphos, vede Unità per il Venezuela accreditata di un possibile 30.9 per cento dei voti ed il Partito Socialista di un 22.9 di suffragi. La gravissima crisi economica che sta travolgendo il Paese e l’emergenza sanitaria scatenata dal Covid potrebbero portare, dopo molti anni, a rilevanti mutamenti politici nello scenario venezuelano.