Il regime di Nicolas Maduro ha reso noto lunedì 14 settembre di aver arrestato un agente della Central intelligence agency (Cia), in compagnia di tre cittadini venezuelani, che stavano pianificando attentati contro le installazioni petrolifere nell’ovest del Paese.

Secondo quanto riferito dal procuratore generale, Tarek William Saab, i quattro sono stati identificati come Daeven Enrique Rodriguez Argueta, Marco Antonio Garces Carapaica, Darwin Adreizo Urdaneta Pardo (ufficiale della Guardia nazionale bolivariana) e John Matthew Heath, quest’ultimo indicato come ex marine che avrebbe prestato servizio in Iraq. Le autorità di Caracas hanno inoltre riferito che i quattro sono stati sorpresi a bordo di un’auto all’interno della quale è stato trovato un armamentario che include un lanciagranate AT4 calibro 84, una mitraglietta UZI 9mm, quattro pezzi di esplosivo C4, un telefono satellitare, tre cellulari, denaro in valuta estera e un cappello con un non meglio specificato stemma governativo.

I presunti agenti della Cia

Il regime di Maduro è da tempo che ostenta arresti di presunti agenti della Cia; lo si è visto la scorsa primavera in seguito a una rocambolesca azione armata andata in malora ancor prima di iniziare, per mano di un gruppo di oppositori del regime affiancati da due ex militari statunitensi in veste di contractors e il tutto sotto la regia di Jordan Goudreau, ex Berretto Verde reinventatosi contractor. Nonostante Goudreau abbia vantato rapporti con l’amministrazione Trump, Washington ha ampiamente smentito qualsiasi legame con la disastrosa iniziativa e lo stesso presidente ha affermato “se fossimo stati noi, le cose sarebbero andate diversamente”.

Fatto sta che i due ex militari Luke Alexander Denman e Airan Berry sono ancora detenuti in un carcere venezuelano e il regime Maduro ha suonato le trombe propagandistiche spacciando i due per agenti della Cia e l’azione come un enorme fallimento di Washington. Del resto il regime di Caracas ha sempre avuto il vizio di accusare cittadini statunitensi arrestati nel Paese di far parte della Cia e di voler destabilizzare il Paese.

Nell’aprile del 2013 toccò a Timothy Hallet Tracy, un 35enne reporter indipendente arrestato all’aeroporto di Caracas mentre era in procinto di lasciare il Paese e accusato di “aver scattato foto e registrato filmati con l’obiettivo di documentare situazioni per fini sovversivi”; Tracy venne poi espulso dal Paese. Accuse simili vennero poi mosse nei confronti del missionario mormone Joshua Holt, originario dello Utah, sposato con una donna ecuadoriana con cittadinanza venezuelana e arrestato nel 2016 con l’accusa di “possesso di arma da guerra”. Holt veniva rilasciato due anni dopo assieme alla moglie e ricevuto dal presidente, Donald Trump.

Tutto quello che non torna

Sul caso dell’arresto del presunto agente della Cia, John Michael Heath, le informazioni disponibili sono ancora insufficienti per poter inquadrare adeguatamente la situazione, ma è bene fare alcune riflessioni sugli elementi presentati fin’ora dal regime.

Secondo i dettagli attualmente disponibili, i quattro individui erano a bordo di una Chery modello Aruaca targata AH642ZA e risultante di proprietà di Ivonne Coromoto Barrios Finol (moglie di Daeven Enrique Rodriguez Argueta, uno dei quattro occupanti del mezzo). Heath avrebbe varcato il confine tra Colombia e Venezuela nei pressi della frontiera di Paraguachon e si trovava sul mezzo per essere accompagnato a Punto Fijo, dove si trovano le raffinerie di Amuay e Cardon, forse per scattare foto o addirittura per sabotare l’impianto, magari con il lanciagranate trovato a bordo o con il C4.

A bordo era presente anche il già citato ufficiale della GNB, Urdaneta Pardo, plausibilmente per aiutare Heath a superare eventuali controlli, ma i quattro sarebbero stati scoperti a un posto di blocco e tratti in arresto mentre viaggiavano sulla Troncal 3 all’altezza di Los Pedros.

Il primo elemento che desta perplessità riguarda quanto dichiarato dal Procuratore Generale della Repubblica, Tarek Saab, secondo cui Heath sarebbe un ex marine e contractor della società MVM che ha compiuto missioni in Iraq dal 2006 al 2016 per tre mesi all’anno, dove avrebbe lavorato come operatore di comunicazione presso una base segreta della Cia. Saab ha poi aggiunto: “Sappiamo che l’impresa MVM è utilizzata dal governo Usa per appaltare piani di destabilizzazione nei confronti di altri Paesi”.

Saab sembra però non essere al corrente del fatto che la MVM perse il contratto con la Cia nel 2008, come già riportato a suo tempo dal Wall Street Journal. In aggiunta, emersero problemi anche in relazione a un accordo fatto tra MVM ed NSA.

Va inoltre sottolineato che la suddetta società non forniva personale alla Cia, ma si occupava di proteggere il personale dell’intelligence militare, cosa che avrebbe cessato di fare nel 2008. Non risulta dunque chiaro come Heath, ammesso che avesse realmente operato per la MVM, avrebbe potuto continuare a lavorare per altri otto anni.

Sempre secondo quanto riferito dalla Procura Generale venezuelana, Heath sarebbe stato in possesso della fotocopia del passaporto, nascosta all’interno della propria scarpa e di una moneta che lo ricollegava alla Cia.

In poche parole, Heath viaggiava su una delle strade più controllate del Venezuela (proprio perché a ridosso del confine con la Colombia e in direzione dei due principali stabilimenti petroliferi del Paese), pochi giorni dopo che le autorità di Caracas avevano scoperto un presunto sabotaggio nei confronti dello stabilimento PDVSA di El Palito, con la fotocopia del passaporto nella scarpa, senza ingresso ufficiale nel Paese, con un elemento identificativo che lo ricollegava alla Cia e come se non bastasse a bordo dell’auto il gruppo trasportava armi, denaro contante in gran quantità e un telefono satellitare. Insomma, un’operazione che non avrebbe nulla da invidiare allo sgangherato assalto dello scorso maggio da parte dei contractor di Goudreau.

La presenza in auto dell’ufficiale della Guardia Nazionale Bolivariana suona altrettanto strana, non solo per il fatto che non è certo garanzia di libero passaggio ad eventuali controlli, visto che i servizi segreti di Maduro diffidano di tutti, GNB inclusa, ma non si capisce nemmeno come un ufficiale di tale corpo possa aver voglia di infilarsi in un’auto carica di prove compromettenti assieme a un presunto agente statunitense (dal nome chiaramente anglosassone, cosa curiosa considerata l’ampia scelta di agenti dai nomi ispanici di cui l’Agenzia dispone) che gira con la fotocopia del passaporto nella scarpa e una medaglia (o moneta che sia) ricollegabile alla CIA.

Perchè entrare poi per la frontiera di Paraguachon e rischiare di essere scoperti percorrendo la “Troncal” per più di 400 chilometri fino a Punto Fiijo quando sarebbe stato sufficiente imbarcarsi dalla penisola colombiana di La Guajira e navigare per poco più di 50 km e raggiungere la penisola di Punto Fijo? Difficile credere che la Cia non disponga dei mezzi per un’azione così basilare.

Insomma, l’arresto del presunto agente statunitense e dei suoi collaboratori suona molto come l’ennesima azione propagandistica di un regime sempre più allo sbando, al punto che nonostante il Venezuela sia uno dei principali Paesi produttori di petrolio, il regime di Maduro è costretto a fare affidamento sulle importazioni di greggio dall’Iran e sarebbe arrivato addirittura al punto di smembrare oleodotti per rivenderne il metallo.

Come se non bastasse, la Corte Suprema di Capo Verde ha autorizzato l’estradizione negli Usa del businessman e faccendiere del regime venezuelano, Alex Saab Moran, arrestato a inizio estate mentre era in volo verso l’Iran. Il 14 settembre è inoltre stato reso noto che Washington ha congelato 700 milioni di proprietà di Saab Moran presenti su dei conti correnti in banche del Liechtenstein. Una volta estradato, il soggetto in questione potrebbe riferire agli USA informazioni di vitale importanza che potrebbero seriamente inguaiare il regime Maduro, gli alti apparati militari e il cosiddetto Cartel de los Soles.

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