Madagascar, l’ondata delle proteste travolge il governo: in bilico l’isola su cui puntano India e Cina

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La fiamma è quella della protesta dei giovani in un Paese dove il 60% degli abitanti ha meno di 25 anni. L’incendio una partita importante non solo per l’Africa ma anche per il contesto geopolitico dell’Oceano Indiano. In Madagascar il presidente, Andry Rajoelina, ha sciolto il governo del Paese in risposta alle montanti manifestazioni di massa che hanno interessato l’isola australe dopo settimane di scontri che hanno prodotto scontri, saccheggi nella capitale Antananarivo, la morte di almeno 22 persone.

Il premier Christian Ntsay è stato silurato da Rajoelina dopo l’incapacità di rispondere alla rabbia sociale manifestata soprattutto dalla generazione degli under 25, la cosiddetta “Generazione Z”, tramite pesanti proteste per la carenza di acqua e elettricità e per i servizi carenti nel Paese. Si tratta di proteste che hanno un’impronta di fondo simile alle recenti violente manifestazioni in Nepal, causa del tracollo dell’esecutivo e di una piccola rivoluzione interna al Paese himalayano. Contesti diversi, basi etnico-sociali radicalmente distinte, un minimo comune denominatore: un Paese periferico conteso in una partita geopolitica più ampia che vive una fase d’instabilità interna in cui tutto diventa potenzialmente fonte di possibili inserimenti dall’esterno.

Il Madagascar, come il Nepal, è oggi infatti un Paese su cui convergono tanto le attenzioni della Cina quanto quelle dell’India. I due Stati asiatici, pur inseriti in un contesto di relativa distensione dopo il recente vertice Brics di Tianjin e in cerca di un modus vivendi per i rapporti bilaterali, non mancano di competere per l’influenza nelle periferie geopolitiche del pianeta e nell’estero vicino. E se il Nepal è schiacciato tra i due giganti asiatici, anche il Madagascar è conteso. Nuova Delhi vi punta per consolidare la presenza militare e commerciale negli spazi oceanici, la Cina per aumentare il suo sguardo verso l’Africa in termini di infrastrutture e proiezione.

Il Madagascar, con le sue dimensioni e i suoi 30 milioni di abitanti, è il maggiore dei sei Paesi dell’Oceano Indiano di matrice insulare, due dei quali (Sri Lanka e Maldive) posti geograficamente in Asia e quattro, invece, in Africa: Comore, Madagascar, Seychelles e Mauritius. In primo luogo, l’economia è un fattore di competizione, come nota The Diplomat: “mentre sia l’India che la Cina godono di surplus commerciali con ciascuna delle nazioni insulari, Pechino esporta un paniere di beni più diversificato. Le esportazioni cinesi dominano i settori ad alta intensità di capitale come macchinari pesanti, elettrodomestici, batterie elettriche, eliche per imbarcazioni, camion per le consegne, gru e mobili, mentre i prodotti indiani sono in gran parte agricoli”.

In sostanza, “questa diversità conferisce a Pechino non solo una maggiore presenza nella regione, ma anche una maggiore leva strategica”. In Madagascar, Rajoelina ha interpretato il suo ruolo aprendo nettamente a Pechino. La caduta del suo governo aprirà, come successo in Nepal, a una contendibilità anche di questo Paese strategico? Ancora presto per dirlo. Ma il nodo geopolitico non può essere tolto dall’equazione come conseguenza di una rivolta di giovani poveri (75% dei malgasci vive sotto la soglia di povertà), disillusi e arrabbiati che appare ancora in atto e tutt’altro che esaurita nelle sue conseguenze.