Di questi tempi, circa un anno fa, l’attenzione mediatica europea era concentrata sulla corsa all’Eliseo che avrebbe visto prevalere, nel mese di maggio, Emmanuel Macron, il cui partito La Republique En  Marche! sarebbe stato poi premiato da una larga maggioranza alle elezioni legislative di giugno.

In Italia, il percorso di avvicinamento al voto presidenziale francese è stato caratterizzato dal compatto schieramento del sistema mediatico e della leadership politica nostrana a favore dell’ex ministro dell’Economia, percepito come homo novus capace di fermare la deriva populista incarnata dalla “fascista” Marine Le Pen e, in minore misura, dal radicale di sinistra Jean-Luc Mélenchon. I toni apocalittici e la lettura unidirezionale del confronto politico impedivano di comprendere un assunto fondamentale: che il tema centrale non era tanto la scelta tra Macron e Le Pen, quanto la constatazione che entrambi i  front-runner  incarnavano posizioni politiche che avrebbero prima o poi portato la Francia in diretta competizione con l’Italia.

Così è stato: già nel luglio scorso segnalavamo come le prime mosse del giovane inquilino dell’Eliseo sul fronte libico, la sua decisione di isolare l’Italia nella risposta all’emergenza migratoria e la sua interferenza nella questione dell’acquisizione dei cantieri navali di Saint-Nazaire da parte di Fincantieri rappresentassero la manifestazione di una netta ostilità nei confronti del nostro Paese. 

Ora, complice la debolezza contrattuale di Roma e l’incapacità del nostro governo di imporre una definizione chiara e precisa degli interessi nazionali, la Francia è tornata a mettere sotto pressione l’Italia: Macron concepisce per sé un futuro da pivot del continente, e per l’Italia un ruolo da satellite, se non cliente, di Parigi. La doccia fredda, per i media e i politici nostrani che erano saltati sul carro del vincitore targato En Marche, è stata a dir poco brusca.

In Niger Macron non vede spazio per l’Italia

Un esempio di come l’attivismo di Parigi sia sistematicamente destinato al contenimento delle prospettive italiane è dato dalla complicata questione della missione in Niger approvata dal nostro governo nell’inverno scorso: le rimostranze di membri del discutibile governo di Niamey per l’impegno italiano nel Paese appaiono come la manifestazione dell’analogo scontento registrato a Parigi a causa della reticenza di Roma a inserire il contenuto contingente nazionale nei quadri delle truppe francesi stanziate in Niger.

Come scritto da Gianandrea Gaiani: “La Francia aveva fatto sapere di apprezzare l’impegno militare italiano in Niger, ma chiedeva che i nostri militari combattessero i jihadisti e che di conseguenza fossero posti sotto il comando francese. Non mancano quindi le ragioni che spieghino il tentativo francese di sgambettare la missione di Roma che paga anche la rinuncia ad affidare ruoli di combattimento ai militari contribuendo a rendere anche questa missione italiana marginale per i nigerini”.

Confini contesi

Macron, dopo la sua elezione, è stato presentato come il volto nuovo dell’europeismo, l’uomo capace di traghettare il progetto transnazionale a un nuovo stadio. Ciononostante, e anche comprensibilmente, il presidente ha puntato in primis ad ampliare lo spazio di manovra di Parigi in Europa.

I confini, perlomeno quelli tra Italia e Francia, non sono stanti superati, anzi: sono diventati l’oggetto del contendere. Il recente caso di Bardonecchia giunge a compimento di un lungo processo che ha portato la Francia di Macron a fare un uso strumentale dei confini con l’Italia per arginare sulla penisola le conseguenze dell’emergenza migratoria.

Ed è sintomatico come in una fase che ha visto il confine Italia-Francia far parlare di sé sia tornata d’attualità la questione del Trattato di Caen del 2015 sulla ridefinizione dei confini marittimi tra i due Paesi, di cui ha parlato Francesco Manta su Gli Occhi della Guerra: questione che ha allarmato osservatori interessati da parte italiana come l’ex deputato sardo e leader di Unidos Mauro Pili, critico del “piano strategico della Francia di annettere le porzioni più pescose delle acque internazionali davanti alla Sardegna”, e l’ammiraglio Giuseppe de  Giorgi, che sul suo blog ha criticato l’inerzia del governo Gentiloni su un accordo mai ratificato dal Parlamento italiano.

Il futuro: l’attrazione fatale dei partiti italiani verso Macron

Un anno di evidenze concrete hanno mostrato l’ampiezza dei disegni francesi riguardanti il nostro Paese: Macron punta a un’Italia di seconda fascia, succursale geopolitica della Francia, e concepisce la sua strategia transnazionale come perno per scardinare l’egemonia tedesca.

In questo contesto, mentre il mondo mediatico si è raffreddato nel suo giudizio sul “presidente fanfarone”, la politica italiana mantiene un’attrazione fatale nei suoi confronti. Macron, uomo più di forma che di sostanza, sarebbe un perfetto prodotto della Seconda Repubblica sul viale del tramonto e se il Pd punta, in vista delle elezioni europee, sull’alleanza con La Republique En Marchè! per slegare il suo destino da quello della galassia socialista continentale, il Movimento Cinque Stelle la ritiene il viatico migliore per una sua presentazione negli “uffici del potere” continentale dopo la parentesi euroscettica iniziata nel 2014.

Con questi presupposti, è lecito chiedersi: avrà il futuro governo la capacità di contrastare i disegni della Francia nei confronti dell’Italia? La risposta è ancora incerta, e passerà per la volontà del nuovo esecutivo di sviluppare un’idea chiara e definita del nostro interesse nazionale. Certi presupposti, in ogni caso, rendono legittimi dubbi notevoli in proposito.