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La notizia è di quelle che può cambiare il quadro politico europeo: Emmanuel Macron è pronto a sbarcare a Roma il 25 novembre per firmare l’ormai celebre Trattato del Quirinale. Un accordo che è nato ai tempi di Paolo Gentiloni presidente del Consiglio e che dopo una serie di stop, alti e bassi e incomprensioni reciproche – specialmente ai tempi del governo gialloverde – potrebbe essere definitivamente concluso come ultimo grande atto della presidenza di Sergio Mattarella e con l’arrivo di Mario Draghi a capo dell’esecutivo.

L’importanza politica di un accordo come quello che dovrebbe essere definito la prossima settimana è evidente. Italia e Francia si apprestano a concludere un trattato che afferma una “cooperazione bilaterale rafforzata” tra i due Paesi, con una formula che ricorda il  trattato dell’Eliseo firmato nel secolo scorso da Charles De Gaulle e Konrad Adenauer. Trattato ribadito nel 2019 ad Aquisgrana da Macron e Angela Merkel, in un evento che aveva blindato l’asse franco-tedesco in una fase in cui i rapporti tra Italia e Germania e tra Italia e Francia sembravano, a livello diplomatico, deteriorati.

La cornice diplomatica

L’avvento di Draghi a Palazzo Chigi e la fine dell’era di Angela Merkel alla guida della Germania hanno però di nuovo modificato il quadro di riferimento diplomatico. Questo non significa che l’asse franco-tedesco si sia spezzato con la fine del mandato della cancelliera, tuttavia è innegabile che la coincidenza di questi due eventi abbia cambiato la percezione dell’Italia all’interno del sistema Ue a trazione “centro-settentrionale”. Gabriele Carrer, su Formiche, ricorda che “nelle prime settimane di vita del governo guidato da Mario Draghi, Vincenzo Amendola e Clement Beaune, rispettivamente sottosegretario di Stato italiano per gli Affari europei e segretario di Stato francese con delega per gli Affari europei, avevano scritto un intervento a quattro mani sul quotidiano La Stampa“. Il segnale di una chiara apertura verso un riassetto della politica europea in chiave italo-francese era quindi evidente sin dai primi giorni di governo Draghi.

Lo scontro tra Parigi e Roma si è trasformato, in questa nuova fase politica, in una rinnovata volontà di avvicinamento, avvertita sin da subito con la convergenza sulle politiche finanziarie e il Next Generation Eu. E se per l’Eliseo è essenziale avere un alleato di peso come il premier italiano all’interno dei quadri europei, così come avere l’Italia vicino nei settori di interesse per l’agenda transalpina, per Palazzo Chigi appare fondamentale definire un accordo che sia in grado di scalfire un asse come quello tra Berlino e Parigi che chiaramente escludeva Roma dal circuito di potere dell’Unione europea. Francia e Italia sono due Paesi che si proiettano sulle stesse aree e con interessi molto simili. E il loro peso, in assenza di una Spagna forte e con una Germania ancora da decifrare con la nuova maggioranza e la leadership di Olaf Scholz, appare sicuramente in grado di aumentare. Anche grazie alle due leadership che attualmente sembrano essere le uniche politicamente di peso nel panorama internazionale.

Fin qui la cornice diplomatica, sicuramente favorevole a un rafforzamento dell’asse Italia-Francia. La cooperazione è necessaria e utile, ma come tutti i matrimoni di convenienza non è scevra di ostacoli e di disillusioni che vale la pena considerare e su cui bisogna riflettere.

Cosa può esserci nel trattato

Innanzitutto perché rimane il problema di capire i contenuti di questo patto. Quello che risulta chiaro è che l’accordo che sarà firmato a Roma – concluso tra i due governi e chiamato giornalisticamente “del Quirinale” per quel modello del Trattato dell’Eliseo degli Anni Sessanta – è composto da due atti distinti. Uno è il Trattato e l’altro un programma. I temi sono vari e molto scottanti. Il Sole 24 Ore ricorda che il patto spazia dalla difesa agli accordi sulla gestione dei flussi migratori fino alla politica estera nelle aree di maggiore crisi. Ma si parlerà anche di energia e transizione energetica, trasporti, cultura, cybersicurezza e di sinergia su elementi fondamentali nell’attuale contesto geopolitico (dal cloud alle batterie al litio fino all’idrogeno). Il problema è che fino a questo momento, sul trattato vige il massimo riserbo. Ed è su questo punto che chiaramente si gioca gran parte della percezione di un accordo che, sulla carta, non sembra avere alcun tipo di ostacolo.

Tanti osservatori si domandano, per esempio, cosa preveda realmente questo patto per ciò che riguarda l’industria italiana, in particolare quella della Difesa. Le voci sulla presunta vendita di Oto Melara e l’ex Wass ai franco-tedeschi hanno scatenato reazioni molto chiare da parte di sindacati e politica. Il peso dell’economia francese, anche in ambito finanziario, è sembrato molto più in favore di Parigi che di Roma, specie nella penetrazione del tessuto imprenditoriale del Belpaese. Infine, i campioni della difesa francese e italiana si considerano competitor, più che partner, in diverse aree del mondo: non ultimo sul fronte navale, con Fincantieri che ha messo a segno diversi colpi che hanno fatto vacillare la solidità dei gruppi transalpini. Temi che significano non solo miliardi di euro, ma anche peso reale sullo scenario internazionale.

A questo si aggiungono gli elementi strategici. Francia e Italia per molti anni sono apparse non certo alleate in diversi settori fondamentali per le agende di entrambi i Paesi. Dalla Libia al Mediterraneo orientale passando anche per il Sahel, Eliseo e Palazzo Chigi hanno spesso giocato partite differenti se non completamente divergenti. In questa fase i due Stati sembrano in grado di appianare quelle tensioni soprattutto perché hanno dimostrato che lo scontro non ha portato ai risultati sperati, avvantaggiando molte volte terze parti. Tuttavia bisogna chiarire quanto Parigi sia in grado di garantire Roma sul fronte libico e Paesi a sud del Sahara. Idem per gli interessi energetici in vari quadranti del mondo. Condizioni che appaiono fondamentali soprattutto alla luce di quell’accordo di Aquisgrana che non è scomparso e che, almeno al 2019, faceva capire che erano Francia e Germania a gestire la politica Ue, e non apparivano aperte a nuovi Stati. Specialmente all’Italia. Chiariti questi punti, il semaforo verde non può che essere una realtà e per una semplice ragione: ora l’Italia serve alla Francia almeno quanto la Francia serve all’Italia. Ma tutto dipende dall’equilibrio dell’accordo.