L’attacco in Siria ha mostrato che il blocco occidentale è unito, ma che, allo stesso tempo, ci sono agende diverse. Soprattutto con la Russia. Usa e Gran Bretagna hanno mostrato da subito la volontà di sfidare Mosca e il presidente Vladimir Putin. I tempi dell’attacco, dopo l’affare Skripal e i tweet di Donald Trump,, e la mancata comunicazione ufficiale dello strike, hanno dimostrato che Washington e Londra abbiano voluto lanciare il guanto di sfida al Cremlino. E proprio in quella Siria dove tutto sembra essere in mani russe.

Per la Francia di Emmanuel Macron la questione è diversa. L’attacco in Siria non arriva dopo eccessive sfuriate contro Mosca. E i raid francesi, concentrati su due siti a Homs, sono avvenuti in pieno coordinamento con il Cremlino. Il ministro della Difesa di Parigi, Florence Parly, ha dichiarato: “abbiamo provveduto a informare i russi in anticipo”. Toni ben diversi da quelli del Pentagono. E segnali molto chiari sul desiderio di Parigi di non voler scatenare la reazione di Mosca.

Anche le dichiarazioni successive ai bombardamenti devono far riflettere sulla strategia della Francia nei rapporti con la Russia. Macron, come sottolineato in una nota dell’Eliseo, ha detto di voler “lavorare seriamente” con la Russia per raggiungere “una soluzione politica”. E ieri ha telefonato a Putin subito dopo i bombardamenti.Non solo, Parigi ha anche confermato la visita del presidente francese in Russia per la fine di maggio. Mentre Jean-Yves Le Drian, ministro degli Esteri, ha di nuovo teso la mano a Mosca per una soluzione politica del conflitto: “Siamo pronti a lavorare ora con tutti i Paesi che possono contribuire”.

Ci sono anche note dolenti. Per esempio, nella conversazione telefonica avvenuta tra Putin e Macron, il presidente francese ha negato al suo omologo russo di condividere le informazioni di intelligence su quanto avvenuto a Douma nel presunto attacco chimico. Ma il fatto che ci sia un canale diretto fra Cremlino ed Eliseo dimostra che non siamo di fronte a una netta contrapposizione sull’asse Mosca-Parigi.

Perché questa scelta diplomatica di Macron?

In un momento in cui tutti sembrano orientati a opporsi alla Russia, il presidente francese sceglie, proprio dopo il raid in Siria, la via del dialogo. Una strategia che potrebbe lasciare perplessi, ma che in realtà dimostra assoluta coerenza. Il progetto francese è molto più ad ampio respiro di quanto si possa pensare. 

I raid in Siria, fondamentalmente, servivano a Macron per dimostrare di essere ancora a capo di una potenza militare. Inoltre, gli hanno permesso di realizzare tre cose La prima, di rinsaldare l’alleanza con gli Stati Uniti. La seconda, rientrare nella partita mediorientale facendo una favore a Israele e Arabia Saudita. La terza, mostrarsi quale unico leader di una potenza dell’Unione europea che è intervenuto militarmente in Siria.

Ottenuti questi effetti positivi, Macron si può presentare da Putin a fine maggio come unico leader europeo che ha dimostrato di saper guidare il suo Paese in un intervento militare rapido, indolore ma importante sotto il profilo politico. Adesso Parigi sa di poter essere ascoltata il più possibile alla pari, anche grazie alla sua presenza permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu. 

Da questo punto di vista, la Francia ora ha avviato l’iter per assumersi il ruolo di guida della politica estera e della difesa di tutto il continente europeo. Donald Trump già riconosce in Macron il vero leader del blocco europeo. Con Angela Merkel indebolita e militarmente nulla e con l’Italia senza governo, economicamente fragile e senza possibilità di intervenire, Macron può serenamente ottenere la leadership europea. E si aspetta da queste azioni e dall’incontro con Putin, lo stesso riconoscimento ottenuto dalla Casa Bianca. È la sua Francia a dover essere la potenza guida dell’Europa.