Il sogno di Emmanuel Macron rischia di sgretolarsi con l’avvicinarsi delle elezioni. Ma in questo incubo rischia di entrare anche l’Italia: e non per forza per trarne vantaggio. Da qualche tempo Parigi sottolinea la necessità di avere Roma al proprio fianco. Una narrazione che piace anche all’esecutivo italiano guidato da Mario Draghi, ben lieto di avere un solido alleato all’Eliseo in un momento in cui si decidono le sorti dell’Europa. Ma il problema è che la Francia sembra interessata più che altro a rendere su scala geopolitica il ben più popolare e pragmatico adagio “mal comune, mezzo gaudio”. Con il “male” mescolato in tutta Europa e il mezzo “gaudio” che sembra però essere molto più orientato verso i viali della capitale francese.

I sabotaggi che non vanno dimenticati

Fino a qualche mese fa era molto difficile vedere una Francia realmente impegnata a cercare il dialogo con l’Italia. Una scelta, quella francese, data soprattutto da tre fattori: rivalità strategica, asse tra Macron e Angela Merkel e incertezza sulla linea degli esecutivi italiani. Il frutto di questi rapporti non propriamente proficui tra le due potenze Ue è stato un rafforzamento dell’asse franco-tedesco e soprattutto il palese tentativo francese di estromettere l’Italia da quei quadranti di mondo in cui non voleva un impegno italiano. Che questo si rivolgesse ai bollenti teatri bellici fino alle fredde stanze di Bruxelles, il dinamismo italiano era visto con sospetto. E questo sospetto ha avuto il suo primo colpo (ben assestato) in Libia, quando Nicolas Sarkozy decise di rompere lo schema costruito tra Silvio Berlusconi e Muhammar Gheddafi sull’asse Roma-Tripoli.

Il copione si è ripetuto anche con le successive amministrazioni francesi. La rivalità strategica tra i due Paesi si è espressa nell’affaire Stx-Fincantieri, nella penetrazione transalpina nel sistema produttivo italiano, nel tentativo di strappare accordi vantaggiosi nel Levante, specialmente con l’Egitto, sul fronte energetico. Ma lo si è visto anche nel sostegno francese a Khalifa Haftar così come, sul fronte dell’Egeo, nel costruire immediatamente un legame con la Grecia che escludesse l’Italia e le aziende italiane dalla ricostruzione militare greca voluta fortemente da Kyriakos Mitsotakis. Un tentativo di estromissione che si è visto anche nel Libano post-esplosione, quando la Francia inviò subito una nave e Macron sbarcò immediatamente nella capitale libanese. E per finire, non va dimenticato il Sahel, terra centrale nella grande strategia della Françafrique e da cui l’Eliseo ha fatto il possibile per ostacolare l’ingresso diplomatico e militare italiano.

Il nuovo corso di Macron

Le cose però sembrano aver preso ultimamente una piega diversa. La politica francese non sembra più così orientata in senso negativo nei confronti dell’Italia. E il motivo, più che per un afflato culturale e politico che leghi Parigi a Roma, è da ricercare soprattutto nel pericolo francese di vedersi sgretolare davanti ai propri occhi il piano che aveva permesso fino a questo momento di tenere a bada il potenziale rivale italiano. Un pericolo cui si aggiunge il tentativo di sfruttare questo momento per imprimere una sterzata che porti a ottenere comunque un vantaggio.

L’Europa franco-tedesca, con il tramonto della Merkel, il fallimento dell’Ue nella crisi del coronavirus e l’evidente paralisi del sistema continentale, rischia di vedere finire in malo modo l’asse che fino a questo momento ne ha controllato il destino. Macron ha sentito l’odore del pericolo ma anche dell’opportunità: senza la Germania merkeliana, la Francia può sperare di condurre il gioco con l’ausilio di un premier di grande credito europeo come Mario Draghi. Sperando, dal punto di vista francese, che il presidente del Consiglio italiano non prenda il sopravvento come figura leader dell’Ue. Alla Francia serve un partner, perché da sola non può permettersi passi falsi. Ma le serve soprattutto qualcuno che bilanci o le spinte dei falchi, o quelle centrifughe degli Stati Uniti e della Nato. Senza la Germania, Parigi può pensare solo all’Italia come alleato.

In Africa, il tentativo di attrarre l’Italia in Sahel dopo anni di ostruzionismo è soprattutto dettato dal fallimento della campagna militare di Macron. L’operazione Barkhane miete vittime locali ma versa anche un tributo di sangue da parte francese. I caduti aumentano, gli impegni anche, ma le forze locali appaiono inadeguate e i metodi totalmente inadatti. Tanti, come spiegato da Domenico Quirico su La Stampa, iniziano a chiedere che la guerra al terrorismo cambi pelle, e c’è una larga parte della società civile saheliana che spera in accordi con i gruppi jihadisti. L’impegno militare francese in quella terra, ultimo soffio di vento imperiale in una Francia pericolosamente in crisi di identità, rischia di tramutarsi in un inquietante Afghanistan d’Oltralpe. Macron non può abbandonare il terreno a ridosso delle elezioni: non sarebbe un ritiro annunciato come una vittoria in stile Joe Biden, ma una débâcle che provocherebbe il risentimento di larga parte della destra francese. Così, per evitare la sconfitta, il presidente ora punta ad arruolare gli europei per sobbarcarsi l’onere di supportare forze francesi e locali nella guerra al terrore. E tra questi c’è anche l’Italia, che si è impegnata a mandare qualche centinaio di uomini in uno dei fronti più caldi tra i conflitti africani.

Capire i vantaggi dell’Italia

Questa folgorazione di Macron sulla via di Damasco (ma più che altro sulla via della riconferma) è ovviamente ricca di opportunità ma anche di trappole. L’Italia può certamente trarre giovamento da un appianamento di certe divergenze con la Francia che tanto hanno leso i nostri interessi nel Mediterraneo allargato e nelle segrete stanze d’Europa. C’è un patto del Quirinale da riconfermare ma anche una possibile nuova linea strategica che coinvolga l’Unione europea e la stessa Nato. E questo nuovo modus operandi di Macron, unito alla presenza di Draghi, può certamente aiutare l’Italia a inserirsi in teatri operativi e palazzi fino ad oggi preclusi. Ma la trappola nasce proprio da questo: cioè che fino a oggi nessuno, a Parigi, permetteva a Roma di prendere parte al tavolo. Tutto è cambiato da quando Oltralpe hanno capito che fare da soli è impossibile, ma non va dimenticato che la stella polare francese rimane quella di gestire il tutto a vantaggio di una sola parte. L’impressione è che questo non sia il momento di spartirsi i dividendi, ma le perdite. Per questo l’attenzione deve essere soprattutto rivolta nel trovare veri e concreti vantaggi per ogni impegno profuso.

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