Si parla sempre più spesso del vertice di Palermo. Presso il capoluogo siciliano, il prossimo 12 e 13 novembre si dovrebbe discutere sul futuro della Libia. Il condizionale è più che mai d’obbligo, visto le incertezze organizzative e politiche sul summit. Di questo, della posizione di Tripoli e della Francia, abbiamo parlato con il giornalista di AgenziaNova Alessandro Scipione, il quale ci aiuta a capire qual è la situazione sul campo e cosa l’Italia può ancora fare per difendere i suoi interessi in Libia.

Il vertice sulla Libia di Palermo monopolizza in questi giorni il dossier inerente la nostra ex colonia e sappiamo come, al momento, l’appuntamento appare in forse: cosa rischia l’Italia anche da un “semplice” slittamento?

Uno slittamento della Conferenza sarebbe senza dubbio uno smacco per l’Italia. Il governo ha investito gran parte della sua credibilità internazionale nell’organizzazione di questo vertice. Un’eventualità di questo tipo potrebbe generare una frattura fra la presidenza del Consiglio, incaricata dell’organizzazione della Conferenza, e il ministero degli Affari esteri, che dipende dall’operato di Palazzo Chigi e in questo senso ha le mani legate. Non sarebbe comunque una tragedia per la Libia: il paese infatti non è ancora pronto per andare alle elezioni. In un certo senso, la Conferenza di Palermo è stata pensata proprio per evitare di andare al voto in maniera troppo precipitosa, come vuole invece la Francia. Far slittare la conferenza potrebbe paradossalmente consentire ai libici di guadagnare tempo per prepararsi meglio alle consultazioni ed evitare una nuova impasse.

Quali sono le carte che Roma potrebbe giocare se, il prossimo 12 novembre, avrà per davvero luogo il summit nel capoluogo siciliano?

Anzitutto gli esponenti del governo italiano hanno fatto benissimo a sottolineare che la conferenza sarà “per” e “con” la Libia, e non “sulla” Libia, marcando in questo senso una profonda differenza con l’iniziativa di Parigi dello scorso 29 maggio. Anche la scelta della location, Palermo, è stata presa appositamente per non dare l’idea che sia una capitale di uno Stato occidentale a dettare ricette miracolose per risolvere i problemi della Libia. La Sicilia, peraltro, è la regione geopoliticamente perfetta per unire le due Sponde del Mediterraneo e non è nuova ad ospitare eventi di grande rilievo, come ad esempio il G7 di Taormina. L’Italia, sta cercando di far leva sulle buone relazioni con il presidente statunitense Donald Trump e il presidente russo, Vladimir Putin. La presenza di questi due leader a Palermo, ancora in forse, conferirebbe grandissimo valore all’evento.

In che modo potrebbe considerarsi un successo il vertice di Palermo?

Basterebbe replicare quanto avvenuto alla conferenza del 13 dicembre 2015 alla Farnesina. Non tanto per gli obiettivi – allora si cercò di favorire un accordo per un governo di unità nazionale con sede a Tripoli – quanto piuttosto per il formato: nel 2015 erano presenti davvero tutti gli attori internazionali e libici di rilievo. E c’era soprattutto il patrocinio delle Nazioni Unite. Molto, dunque, dipenderà dagli stakeholder che decideranno di partecipare. A mio avviso è fondamentale che il vertice si tenga sotto il cappello dell’Onu, altrimenti il rischio è quello di replicare l’insuccesso dell’iniziativa di Parigi.

A Tripoli guardano ovviamente con molto interesse alle dinamiche del summit: come viene commentato dalla capitale libica il rischio di slittamento o cancellazione?

A Tripoli c’è un po’ di preoccupazione perché a poco più di tre settimane dalla conferenza non c’è ancora un vero programma dei lavori, né un elenco certo dei partecipanti, e gli obiettivi sono stai accennati solo in termini molto vaghi. Sappiamo che sono stati invitati i principali interlocutori dello scenario libico: non solo il governo riconosciuto dalla comunità internazionale e il generale Haftar. Penso ad esempio a Misurata, assente dalla conferenza di Parigi dello scorso 29 maggio, ma anche a Zintan, altra città-Stato fondamentale per gli equilibri politici della Libia. Sappiamo che sono stati invitati i membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e i paesi maggiormente coinvolti nella crisi libica: Egitto, Turchia, Emirati Arabi, Qatar e ovviamente la Francia. Il problema è che, ad oggi, non sappiamo chi ci sarà a rappresentare questi paesi. L’organizzazione dell’evento è responsabilità di Palazzo Chigi, quindi in teoria la Conferenza dovrebbe essere a livello di capi di Stato e di governo. E’ molto difficile, tuttavia, organizzare un vertice di tale portata in così poco tempo, banalmente anche per motivi logistici (controlli di sicurezza, accomodamento, percorsi delle delegazioni, ecc.). L’altro problema riguarda il programma dei lavori. Sappiamo che una giornata sarà maggiormente dedicata agli interlocutori libici e un’altra vedrà invece la presenza dei protagonisti della comunità internazionale. Ma ancora non sappiamo se ci sarà un documento o una dichiarazione finale, quali saranno i panel di discussione, né quali saranno le tappe del percorso di stabilizzazione della Libia in discussione.

Haftar forse non sarà della partita: possibile un veto imposto dall’alleato francese?

Allo stato attuale non è certa nemmeno la partecipazione di Tripoli. Il premier del governo di accordo nazionale di Tripoli, Fayez al Sarraj, ha ricevuto il 16 ottobre una telefonata dal presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte. Nel comunicato diffuso dai libici – in Italia ne hanno parlato davvero in pochi – si parla della Conferenza di Palermo in termini assai vaghi. Sarraj ha inviato il suo consigliere politico Taher el Sonni a Roma e a Parigi per sondare il terreno. La scelta di andare anche in Francia non è un caso: anche all’interno del Consiglio presidenziale, infatti, esiste una spaccatura fra chi è più vicino alle posizioni italiane (elezioni quando ci saranno le condizioni par farlo) e chi invece sostiene le istanze francesi (voto il 10 dicembre comunque vada). Haftar, a mio giudizio, ha tutto da guadagnare andando alla conferenza di Palermo: se partecipa acquisisce credibilità politica e rompe l’isolamento internazionale, perché dunque non dovrebbe partecipare? Molto dipenderà da cosa si discuterà nella conferenza e dalla presenza degli attori internazionali. Mi aspetto che la prossima settimana sia quella decisiva.

Parigi potrebbe in qualche modo sfruttare le difficoltà italiane per boicottare ulteriormente il summit?

Onestamente, la Francia in questo momento non mi sembra in una posizione di forza in Libia. Il contesto internazionale è infatti abbastanza sfavorevole per Macron. Se durante l’amministrazione Usa di Barack Obama i sauditi avevano puntato sulla Francia, per evitare l’accordo sul nucleare iraniano, l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca ha ristabilito il tradizionale sistema di alleanze Usa in Medio oriente, riallineando l’Arabia Saudita a Washington ed allontanandola da Parigi. Come conseguenza, anche gli alleati di Riad – Emirati ed Egitto – hanno iniziato a moderare il proprio appoggio a Haftar, mostrando maggiore comprensione per le istanze dell’Italia. A modificare le posizioni del Cairo ha contribuito, peraltro, la posizione dell’Eni che sta rapidamente sviluppando le ingentissime riserve di gas scoperte nel paese. Il recente accordo di Eni per rilevare una quota del 42,5 per cento nell’Exploration and Production Sharing Agreement (Epsa) di Bp in Libia rafforza molto l’Italia a scapito della Francia. Total, peraltro, ha investito 450 milioni di dollari per rilevare i giacimenti petroliferi di Waha, ma il progetto è stato bloccato dalla National Oil Corporation di Tripoli.