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La Libia precipita nel caos e Tripoli, dove l’Italia ha il suo maggiore alleato libico, rischia di vedere sparire la già fragile leadership del premier Fayez al Sarraj. L’Italia è preoccupata. E ha certamente motivi per esserlo. Perché la Libia è il nostro centro di interessi principale in Nordafrica e perché i nostri problemi sull’immigrazione clandestina partono, inevitabilmente, dalle coste libiche.

La violenza a Tripoli e il caos generato dal bagno di sangue che in queste ore sta sconvolgendo la capitale libica rischia di minare profondamente la nostra strategia sulla Libia. Sarraj è ormai sempre più debole: ma era lui il leader prescelto non solo dalla comunità internazionale, ma anche e soprattutto dall’Italia, per guidare la transizione del Paese. E adesso la sua leadership è appesa un filo. E con lui, inevitabilmente, il nostro piano per la Libia. Che adesso rischia di cadere sotto la scure delle milizie della Settima brigata e dei suoi partner (a cominciare dal generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica).

Se l’Italia rischia di perdere la sua cabina di regia in Libia, c’è però un altro Paese che è pronto a sfruttare al massimo questa situazione: la Francia. Inutile nasconderlo, Italia e Francia hanno da mesi ingaggiato una guerra per la leadership libica. Un tempo era Roma ad avere saldamente in mano la situazione, ai tempi del colonnello Muhammar Gheddafi, avversario di facciata ma nostro primo alleato libico.

La guerra scatenata da Nicolas Sarkozy e sostenuta dal resto delle potenze occidentali – e in cui l’Italia è stata costretta a intervenire per evitare un disastro ancora maggiore – ha rovesciato completamente i piani. E ora, dopo anni di guerra civile, la Libia è divisa non solo fra tribù, milizie ed eserciti, ma anche tra potenze che si giocano l’influenza sul Paese.

La Francia di Emmanuel Macron vuole raccogliere quanto seminato in questi anni di guerra. Il presidente francese ha subito messo nel mirino la Libia e la considera un obiettivo prioritario della sua agenda internazionale. Non va dimenticato che uno dei primi atti del capo dell’Eliseo è stato quello di invitare a Parigi Sarraj e Haftar per trovare un accordo sulla pace in Libia. Era luglio del 2017. Nemmeno un anno dopo, il 29 maggio di quest’anno, Macron organizzava una conferenza di pace a Parigi con cui aveva ribadito il suo coinvolgimento sul futuro del Paese. 

In quell’occasione, furono invitati nella capitale francese Sarraj,  Haftar, il presidente della Camera dei rappresentanti Aguila Salah, e il presidente del Consiglio di Stato, Khaled al-Mechri. Una conferenza con cui Macron voleva affermare davanti al mondo, ma soprattutto agli occhi dell’Italia, che la Francia era la potenza che avrebbe dovuto guidare la Libia. 

Poi qualcosa è cambiato: la strategia italiana ha iniziato a ingranare. Per il governo di Giuseppe Conte è arrivata la benedizione di Donald Trump per una cabina di regia sul futuro della Libia, tanto che Italia e Stati Uniti dovrebbero, a meno di novità molto gravi, organizzare in autunno una conferenza internazionale per il futuro del Paese.

E nel frattempo, i ministri Matteo Salvini, Enzo Moavero Milanesi e Elisabetta Trenta sono andati a Tripoli per discutere con le principali autorità del governo libico. Roma ha consolidato la collaborazione con le forze libiche per il controllo delle coste e del traffico di migranti. E nel frattempo, si dipanava la trama italiana sull’evitare le elezioni in Libia a dicembre prima di una mancata pacificazione del Paese.

Ed è su questo fronte che Macron ha puntato forte creando una spaccatura fortissima fra le fazioni libiche e l’Italia. Perché mentre Roma ha continuato a ribadire la contrarietà alle elezioni entro il 2018, Parigi si è mostrata benevola nei confronti di questa opportunità sposando le teorie di chi crede che in Libia si possa votare normalmente il 10 dicembre. Jean Ybes Le Drian, il potente ministro degli Esteri di Macron, ha così intrapreso un tour libico partendo da Tripoli, per poi incontrare, uno dopo l’altro, tutti i leader presenti nel vertice di Parigi, compreso il sindaco di Misurata, Mustafa Kerouad.

Nel momento più duro dello scontro, quando anche le certezze filo-francesi di Haftar iniziavano a vacillare, è arrivata la violenza a Tripoli. E Sarraj, nostro alleato, si trova ora a dover capire se potrà rimanere ancora per molto alla guida del Paese. E lo fa sotto i colpi di una milizia che ha forti legami con il capo della Cirenaica che, a quanto pare, non ha mai rotto il cordone ombelicale con Parigi.

In questa situazione, la Francia è l’unica potenza che può trarne vantaggi. E al netto delle dichiarazioni di facciata con cui chiede alle parti di fermare le violenze, è evidente che, per i suoi interessi, il caos aiuta. L’Italia stava diventando pericolosa. E la strategia di Roma di quella che è stata definita la “pax italiana” sulla Libia, iniziava a compiersi. Per la Francia, essere escludi dalla transizione libica sarebbe stata una sconfitta totale nel Mediterraneo centrale. E questo non lo avrebbe mai accettato.

L’ingovernabilità aiuta Macron. Lo aiuta sia nel caso delle elezioni a dicembre, dove è evidente che uscirebbe un Paese diviso e senza un leader in grado di reggere il potere. E aiuta ora, dal momento che questo caos colpisce Sarraj e quindi l’Italia.