Liberté, Égalité, Fraternité: questo è il motto su cui si è costruita la Francia repubblicana. Ma da qualche tempo, nessuno dei tre concetti può dirsi realmente applicato nel Paese di Emmanuel Macron. Da quando i gilet gialli sono esplosi nella loro violenta protesta contro il presidente, la stretta sulla libertà d’espressione è stata feroce. A tal punto che in molti, adesso, gridano alla repressione.

La questione è stata sottolineata più volte. Da quando le proteste hanno invaso la Francia e paralizzato gran parte del Paese per diverse settimane, esplodendo in violenza pura soprattutto a Parigi, Macron ha deciso che andava cambiato radicalmente il modo di fare informazione. Un giro di vite che parte da lontano, da quando si è iniziato  parlare di legge contro le cosiddette fake news. E che adesso, con la sua entrata in vigore a novembre, può far calare la scure sulla classe giornalistica ma anche sui siti di informazione che, nella maggior parte dei casi, criticano l’Eliseo e i partiti tradizionali.

Come spiega Euronews, la legge, concepita dal presidente Macron, è stata respinta due volte dal Senato prima di essere approvata dal parlamento. Questo indica già l’esistenza di un dubbio estremamente forte del legislatore francese. E per l’Europa si è trattato dalla prima vera e propria legge formale che ha come scopo quello di eliminare le cosiddette “fake news”. Per Macron si tratta soprattutto di “ripulire internet”, che secondo il presidente francese “è la conditio sine qua non per un internet libero, aperto e sicuro, come previsto dai suoi padri fondatori”.

Il problema è che il sistema concepito dall’Eliseo è qualcosa di più di una semplice stretta sulla proliferazione di informazioni false. Si tratta di un vero e proprio controllo a tappeto sull’informazione che passa dal potere politico al potere giudiziario soltanto per il sospetto che vi sia un’informazione o una notizia falsa nei confronti di un partito o di una personalità pubblica.

E questo vale soprattutto in periodo elettorale. Nei tre mesi precedenti un’elezioni, i candidati e i partiti potranno infatti appellarsi a un giudice qualora vi sia il sospetto che esistano notizia false sul loro conto. Ma c’è di più. La legge approvata dal Senato consente inoltre al Conseil supérieur de l’audiovisuel, l’agenzia radiotelevisiva nazionale francese, di sospendere i canali televisivi “controllati da uno Stato straniero o sotto l’influenza” di tale Stato se “divulgano deliberatamente informazioni false che possono influire sulla sincerità del voto”. Nel testo si legge che il Csa può “ordinare la sospensione della trasmissione di questo servizio con qualsiasi metodo di comunicazione elettronica fino alla fine delle operazioni di voto”.

Un modo per evitare sconfitte accusando la Russia o gli Stati Uniti di Donald Trump o la stessa Italia di influenzare il voto? Probabile. Ma per Macron, il problema è talmente grave che adesso punta anche a una sorta di nazionalizzazione del sistema radiotelevisivo nazionale. E dopo l’incontro di Macron con alcuni giornalisti all’Eliseo, la cosa sembra essere non così remota. 

Come spiegato da Le Point, in questo incontro Macron ha dichiarato che “Il bene pubblico è l’informazione. E forse è questo che lo Stato deve finanziare. Il bene pubblico non è il cameraman di France 3. Il bene pubblico è l’informazione su Bfm , su Lci , su Tf1 e ovunque. Dobbiamo garantire che sia neutrale, finanziare fondi che ne garantiscano la neutralità. E che per quella parte, per la verifica delle informazioni, ci sia una forma di sussidio pubblico, con i garanti che siano gli stessi giornalisti”. Insomma, giornalisti stipendiati dallo Stato per garantire la presunta neutralità del servizio di informazione.

Una scelta che appare incredibile, ma che rientra in un meccanismo estremamente complesso messo in atto da Macron per colpire la libertà d’espressione. Una scelta che fa riflettere, soprattutto perché appare incredibile che un Paese dell’Europa liberale e occidentale possa mettere in atto questa sorta di censure preventiva.

Ma questa è la Francia dei nostri giorni. Il campione dell’europeismo, alfiere della Francia e dell’Europa liberale e moderata impone una forma di informazione statale che i critici considerano una sorta di rievocazione della Pravda. Anche perché fra “garantire la libertà d’espressione e la neutralità” e garantire una sorta di verità di Stato, il passo è decisamente breve e non privo di conseguenze gravissime.

E l’immagine di questa deriva autoritaria dell’Eliseo la si è avuta ieri. Il sito d’informazione indipendente Mediapart, che ha pubblicato le registrazioni di Alexandre Benalla, è stato raggiunto da una richiesta di perquisizione da parte della Gendarmeria. Per la testata online, si tratta di un vero e proprio attacco alla libertà d’espressione. In tutto il Paese si è sollevata un’ondata di protesta e di indignazione. Dopo l’idea di una verità di Stato e la legge anti-casseur che permette di fermare le persone per giorni solo per evitare che vadano a manifestare, la richiesta di perquisizione è un segnale netto che qualcosa a Parigi sta cambiando. La Liberté non è più una cosa assicurata.