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Mentre Emmanuel Macron è in piena sindrome Versailles e procede imperterrito a far sovrintendere la Francia da governi senza maggioranza, in Italia un piccolo Macron si scalda in panchina, lato centrosinistra. Perché panchinaro è panchinaro, e pure d’eccellenza, Paolo Gentiloni. Aristocratico romano della famiglia Gentiloni Silveri conti di Filottrano, Cingoli, Macerata e Tolentino, l’ex ministro degli Esteri, già Presidente del Consiglio e, fino a dicembre, commissario Ue per gli Affari economici, rappresenta quella “riserva della Repubblica” funzionale ai poteri forti sempre attenti a che tutto cambi affinché nulla cambi.

Nel Partito Democratico, neanche a dirlo, è piazzato nella corrente ultramoderata. Così moderata che al confronto Elly Schlein, equilibrista armocromata, pare una Che Guevara gay friendly. Mentre quest’anno la leader cercava di travestire i Dem da pacifisti osando qualche critica al piano di riarmo europeo, lui lo commentava così, serafico: “È un primo passo, credo che vada nella direzione giusta”.

Perché mentre la segretaria il problema del risultato alle regionali e alle prossime politiche se lo pone, per Er Moviola – questo il suo soprannome, azzeccatissimo – il popolo è una variabile indipendente. Del resto, da quarant’anni passa da un incarico all’altro senza aver mai brillato in popolarità né tanto meno in consenso: da giovanissimo militante del gruppo del Manifesto e del Pdup, passando dall’ufficio di portavoce di Rutelli sindaco di Roma fino alla Margherita, per giungere infine al Pd, non si può certo dire che sia uno abituato a contare per i voti che porta. L’unica volta che ci provò, nel 2013, gli andò inspiegabilmente male: alle primarie per la candidatura a sindaco della Capitale arrivò terzo su tre, dopo Ignazio Marino e David Sassoli.

La consistenza del suo peso politico non faceva ombra. Ecco perché Matteo Renzi, dopo la sconfitta al referendum costituzionale, lo designò suo successore a Palazzo Chigi: chi meglio di Gentiloni poteva dare garanzie di non oscurarlo? E poi il conte è ben inserito negli ambienti giusti. Non per nulla a maggio, passati neanche cinque mesi dall’aver lasciato la Commissione a Bruxelles, è diventato membro della società di consulenza European House Ambrosetti. Lo stesso che organizza ogni anno il forum di Cerbobbio, mecca della cosiddetta élite finanziaria internazionale. Perfettamente incistato nel sistema, secondo il classico modello delle porte girevoli.

Certo, Macron era di casa alla banca Rotschild e proviene dall’Ena, la scuola dei quadri dirigenziali dell’amministrazione francese. Gentiloni, più modestamente, ha fatto il liceo capitolino Tasso ed ha sempre vissuto nell’habitat partitico. Non ha avuto un ideologo del calibro di Jacques Attali, il futurologo che piace alla gente che piace. Però ora è dato come possibile “federatore”, qualsiasi cosa questo voglia dire, per il famoso campo largo che dovrebbe unire tutti gli avversari di Giorgia Meloni. Specialmente il centro, l’entità poco fisica e molto metafisica che viene evocata, con grancassa dei giornaloni (o giornalini, ormai, viste le tirature…), per avvolgere il centrosinistra nell’eterna melassa del rassicurante pensiero unico europeista, atlantista, liberale, eco-sostenibile e quirinalizio.

Er Moviola guida di una coalizione che va da Bonelli&Fratoianni a Renzi sarebbe l’ipotesi ideale per i cervelloni teorici della “responsabilità”, secondo i quali il Male incarnato è il populismo, di destra o sinistra che sia. Esattamente come per Macron, chiusosi a chiave all’Eliseo con un Lecornu qualsiasi pur di bloccare i populisti Front National e France Insoumise.

Naturalmente, fra i due corrono tutte le differenze storiche, geopolitiche ed economiche che distinguono gli italiani dai cugini di Francia. Oddio, quanto alle ultime, si sono assottigliate: come si sa, oggi i galletti d’oltralpe devono abbassare la cresta, precipitati come sono in una tempesta perfetta di deficit, de-industrializzazione e caos politico che li ha resi simili all’Italia di quattordici anni fa, quando la famigerata letterina di Draghi e Trichet fece cadere il governo Berlusconi e impose la cura Monti. E Iddio solo sa se un Gentiloni non ci sguazzerebbe, in una situazione del genere.

In tal caso – e siamo alla seconda differenza, questa tutta personale – rispetto al più giovane e arrogante Macron il nostro Moviolone sfodererebbe doti di pompiere non comuni. Come sa acquietare gli animi lui, nessuno: con il suo fraseggio felpato, il suo linguaggio soporifero, la sua arte di discorrere a lungo per comunicare radi, ma ben assestati concetti, è un mediatore nato. Per capirci: se Gianfranco Funari sosteneva che se uno è stronzo nun je poi di’ stupidino, Gentiloni è esattamente quell’uomo che direbbe una cosa del tipo “al posto suo, presumo che non mi comporterei così…”.

E a proposito di concetti, nell’intervista che ha rilasciato alla Stampa mercoledì 10 settembre, evaporata la profluvie di parole ne restano da segnalare due mica da niente. In ordine di apparizione: 1) visto il casino francese, “per non dire in Spagna o in Germania” (?), è necessario “archiviare il mito” che gli altri Paesi europei debbano ispirare le riforme istituzionali da noi, dove la permanenza al potere di “uno dei governi più longevi della storia repubblicana”, quello Meloni, dovrebbe indurre a liquidare l’idea di premierato; 2) il “sogno macroniano”, da Gentiloni condiviso per le “posizioni illuminate” (per esempio sulla “crisi ucraina”, in cui monsieur le President si è aggiudicato il podio dei “volonterosi” più guerrafondai), si è infranto perché ha cancellato il “bipolarismo storico”, nel cercare di “riassumere destra e sinistra moderne nel proprio movimento”.

Traduciamo il tutto: 1) con l’elezione diretta del capo del governo faremmo un favore alla Meloni e alla “destra nazionalista” di casa nostra, ma in realtà anche alla Schlein, che in questo modo potrebbe personalizzare lo scontro, e così a rimetterci, guarda caso, sarebbero figure come Gentiloni: terze, esterne, pronte a rendersi utili dalle retrovie per candidarsi a premier purché, dio non voglia, evitando la votazione popolare diretta; 2) il tentativo di mettere ai margini le ali estreme dell’arco politico gonfiando una forza di “grande centro”, à la Macron, non funziona perché quella seccatura del popolo, inteso come classi medie e basse, si ostina a dividersi in due contrapposti populismi, ma è l’estrema destra il pericolo maggiore, e pour cause: siccome il pensiero gentiloniano va all’Italia (e al destino suo, di Gentiloni), solo quella che per convenzione si chiama ancora sinistra può e deve essere addomesticata, in virtù dello svantaggio elettorale da cui parte e del solito teorema per cui il differenziale per battere la destra si troverebbe, e ci risiamo, al “centro”.

In sintesi: io, conte Gentiloni Silveri ecc ecc, non essendo votato neanche dai miei consanguinei, punto sull’affondamento del premierato, e avendo capito l’aria che tira contro la politica di cui sono da sempre alfiere, elitaria e lacrime & sangue, e cioè, parlando in francese, macroniana, mi intesto l’operazione di eterodirigere un fronte collocato a sinistra, senza più illusioni di un centrismo egemonico che non egemonizza un bel niente. Se non, ovviamente, dall’alto. Nella sostanza, la formula è la stessa. Si invertono solo i fattori. E l’unico vero fattore di disturbo resta quello: il popolaccio bue che chiede pane. Il signor conte a palazzo deve far di tutto per scansarlo. Ad Ambrosetti, nell’attesa, le brioches non mancano.

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