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L’intervista del presidente francese Emmanuel Macron di ritorno dalla Cina ottiene il risultato voluto. Il dibattito sul ruolo dell’Unione europea, sui suoi rapporti triangolari con la Cina e gli Stati Uniti e sull’autonomia strategica torna in auge dopo un anno di silenzio e di rinnovato spirito atlantista dovuto all’invasione russa dell’Ucraina.

Macron, paralizzato in patria da una crisi politica senza via d’uscita, ha tentato la carta della diplomazia per riprendersi la scena internazionale e ossigeno per la sua leadership indebolita. Lo ha fatto, in parte riuscendoci, a Pechino, dove il vertice con il presidente cinese Xi Jinping è diventato il palcoscenico perfetto per rilanciare il suo antico slogan sull’autonomia strategica dell’Europa e il suo (non troppo nascosto) desiderio di ergersi a guida diplomatica dell’Ue.

Il capo dell’Eliseo, incontrando l’omologo cinese, ha ribadito il suo pensiero sulla necessità che l’Europa non si faccia trascinare in un conflitto tra Washington e Pechino, sottolineando inoltre la volontà che Bruxelles si trasformi in una “terza superpotenza“. L’Eliseo ha provato a modificare il tiro ricordando che Macron non ha mai parlato di equidistanza tra Cina e Usa e che considera fondamentale il mantenimento dello status quo di Taiwan, isola al centro degli obiettivi di Xi e circondata, nelle stesse ore, da navi e aerei di Pechino in esercitazione. Tuttavia, seppure in modo altisonante e per certi versi “maldestro” come suggerito dal professor Jean Pierre Darnis ad Adnkronos, Macron non sembra avere scelto parole troppo diverse da ciò che pensa realmente, e lo dimostra anche il fatto che il ministro dell’Economia, Bruno Le Maire, intervistato a Europe 1, ha sottolineato che il presidente abbia “perfettamente ragione nel reclamare l’indipendenza e la sovranità europea come continua a fare dal 2017″.

Chi ha criticato le parole di Macron

Se l’intenzione di Macron è abbastanza evidente, le reazioni che hanno seguito le sue parole rischiano però di essere più di un campanello d’allarme per il presidente francese. Dall’Unione europea, infatti, non sono arrivate parole troppo esaltate nei confronti del discorso del capo dell’Eliseo di ritorno da Pechino e sono in molti ad avere dimostrato freddezza, se non una vera e propria contrapposizione alle sue parole.

La Commissione europea ha chiuso con un sonoro “no comment” ribadendo che la visita della presidente Ursula von der Leyen era “una visita di lavoro di alto livello” per “dare un messaggio comune alla Cina” durante l’incontro trilaterale con Macron e Xi. Il presidente del Partito popolare europeo e del gruppo parlamentare del Ppe, Manfred Weber, ha criticato il capo dell’Eliseo ricordando che “senza gli Usa, gli Stati dell’Ue non sono neppure in grado oggi di fornire munizioni sufficienti all’Ucraina” e chiedendosi: “Senza gli Usa, come si può trattare con la Cina, che è un rivale sistemico?”. Il tedesco Norbert Rottgen, membro della Cdu ed ex presidente della commissione Esteri del Bundestag, ha accusato Macron di indebolire l’Unione europea “contraddicendo quello che ha sostenuto a Pechino la presidente della Commissione europea”.

Prudenza e silenzio dalle cancellerie europee

I capi di governo degli altri Stati Ue non hanno, al momento, commentato le dichiarazioni del capo dello Stato francese. Il silenzio però in questo caso è indice che le frasi di Macron non hanno fatto breccia nel cuore di molti. E in effetti, a livello di rapporti tra governi e Paesi, sembra difficile che il capo dell’Eliseo trovi in questo momento un grande seguito. La Germania di Olaf Scholz non è quella di Angela Merkel. Scottata dalle accuse sulla dipendenza dalla Russia, Berlino ha preferito virare verso una posizione più protesa verso Washington e, pur trattando sui carri armati, vuole evitare di rompere con Biden anche per non sembrare aderente all’agenda francese.

L’Italia, con Giorgia Meloni, ha già dimostrato un solido legame con gli Stati Uniti, mentre ha già condiviso con gli alleati Ue e Nato le perplessità nei confronti della Cina. Pedro Sanchez, il premier spagnolo apparso attento alla diplomazia di Xi, non è nella posizione di dare man forte a Macron anche per non scontrarsi con il resto dell’Europa in vista della presidenza di turno dell’Ue a Madrid. Nel profondo Nord, i Paesi scandinavi non sembrano molto attenti alle logiche sull’autonomia strategica di Bruxelles. Mentre dai Paesi dell’Europa orientale, specialmente con la potenza in ascesa della Polonia come bastione atlantico, il muro verso Pechino è secondo solo a quello nei confronti della Russia.

Il tentativo di Macron rischia quindi di trasformarsi in un clamoroso boomerang mediatico. Quello che appariva come un discorso condiviso a livello trasversale prima della guerra in Ucraina, ora, dopo un anno di conflitto appare molto difficile da far passare in seno al Vecchio Continente. Il rinnovato vento atlantista successivo all’invasione e il gelo nei rapporti tra Cina e Stati Uniti sono fattori che rendono estremamente complesso il rilancio del dibattito sull’autonomia e l’equidistanza tra Occidente e Oriente. Inoltre, la fragilità della leadership francese non sembra essere necessariamente un male per molti governi, intenzionati in qualche modo a sfruttare la fase di paralisi di Macron per evitare che la Francia assuma nuovamente un ruolo di guida all’interno dell’Unione europea.

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