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Sono passati tre mesi dall’inizio delle proteste che hanno paralizzato la Francia. E i gilet gialli, ieri, sono tornati a Parigi e in altre città del Paese per manifestare contro le politiche del governo. Lo hanno fatto prima in modo pacifico, poi in maniera violenta. Nella spianata de Les Invalides, la polizia ha dovuto fare ricorso ai gas lacrimogeni per disperdere i dimostranti. E anche nel V arrondissement della capitale sono avvenuti violenti scontri fra forze dell’ordine e gruppi di gilet jaunes. E durante le proteste, ha fatto scalpore l’attacco nei confronti del filosofo e accademico francese, Alain Finkielkraut, quando alcuni facinorosi lo hanno preso d’assalto urlando: “Vattene, sporco ebreo di m…”, “sporco ebreo”, “noi siamo il popolo”.

Secondo il ministero dell’Interno, sarebbe almeno 41.500 le persone scese in piazza in tutta la Francia per la nuova giornata di mobilitazione dei gilet gialli. Di queste persone, 5mila erano a Parigi. Ma dal momento che il ministero tende a diminuire i numeri, è probabile che le persone scese in strada fossero di più di qualche migliaio.

La protesta è certamente meno alta nei numeri e meno violenta delle settimane più calde delle manifestazioni. Ma è comunque significativo che per il quattordicesimo fine settimana consecutiva, decine di migliaia di persone hanno preso parte alle proteste in tutto il Paese.

E se anche la presa sulla popolazione francese sembri meno forte rispetto alle scorse settimane (il 56% dei francesi vorrebbe la fine delle proteste, stando agli ultimi sondaggi), è interessante constatare che circa metà dei campioni intervistati consideri del tutto condivisibili le manifestazioni dei gilet gialli. Segno che il malcontento nei confronti della presidenza di Emmanuel Macron non è finito. E che le misure annunciate dall’Eliseo non hanno effettivamente fatto crollare l’onda di protesta.

Il segnale per Macron non è affatto così positivo come sembra. E sarebbe superficiale dire che queste onde di proteste siano l’inizio della fine dei gilet gialli. Perché se da un punto di vista politico, il movimento di protesta appare tutto sommato incapace di costruire un’alternativa realmente valida, dal punto di vista della “strada” riesce ancora a incanalare decine di migliaia di persone stanche e disilluse dalla politica. E al XIV atto di protesta, a questo punto si può dire che il senso di malcontento stia quasi diventando endemico. E per oggi si attende un nuovo giorno di mobilitazione: prima volta di domenica.

Arrivato a questo punto, Macron appare sempre meno in grado di fornire una risposta a quanto chiesto dai suoi cittadini. E non è un caso che, dopo le promesse annunciate nel discorso dall’Eliseo, il presidente abbia dato il via a una repressione durissima. Per ogni settimana che passa, la violenza, anche da parte delle forze dell’ordine, si fa sempre più dura. E se nelle prime settimane di mobilitazione i gilet gialli sembravano avere quasi sempre la meglio sulle forze dell’ordine, ora è la gendarmeria a scatenarsi con violenze che spesso non hanno una giustificazione reale nello scenario di protesta.

L’ultimo episodio, quello del 9 febbraio, è esemplificativo dello stato di guerra cui sono ormai costretti a vivere i cittadini francesi. La polizia ha sparato granate antisommossa contro i manifestanti senza che vi fossero nemmeno dei tafferugli con le forze dell’ordine. E nel frattempo, il governo ha dato il via una campagna mediatica durissima, andando direttamente agli insulti nei confronti dei gilet gialli.

Attacchi diretti, quasi offensivi, cui si aggiunge una repressione durissima a livello non solo di sicurezza pubblica, ma anche giudiziario. La legge anti-casseurs che costringe a fermare le persone fino a sabato per evitare che vadano in strada a infestare, è un esempio eclatante di come stia agendo lo Stato francese. Mentre alcune bande dell’estrema sinistra hanno iniziato ad attaccare i gilet gialli accusandoli di essere dei “fascisti”.

La violenza non si ferma e Macron sta cercando di capire come risolverla. Compito non semplice, visto che nemmeno gli annunci in conferenza stampa hanno saputo placare l’ira dei gilet gialli. Che adesso, con la repressione sempre più crescente, sembra di nuovo in una fase di radicamento. E per il capo dell’Eliseo, le strade da percorrere iniziano a essere sempre di meno. O continua con la repressione, che però rischia di trasformarsi in un clamoroso boomerang, oppure sceglie la via del dialogo e (perché no?) delle prime vere e proprie concessioni. Ipotesi che però sembra essere stata scartata viste le recenti azioni del governo di En marche!. 

I rischi per l’Eliseo non sono pochi. I partiti e le varie liste elettorali nate dal movimento di protesta non sembrano in grado di rappresentare una forza decisiva per la politica francese. Ma il malcontento continua a essere importantissimo. E se a tre mesi dalle prime manifestazioni, la metà della popolazione è ancora favorevole a scendere in strada e condivide le istanze dei gilet gialli, qualcosa evidentemente non torna nei piani del presidente Macron. La Francia profonda, evidentemente, è ancora pronta a ribollire. 

Articolo di Lorenzo Vita