La guerra si sa, non si fa mai per beneficenza né per spirito umanitario. Nessuno Stato mette a repentaglio i propri uomini, i propri mezzi, i soldi ma soprattutto il consenso politico senza avere nulla in cambio. E fra i benefici ottenibili da un conflitto, c’è sicuramente quello della vendita delle armi.
Essere attivi in un contesto internazionale non ha solo un chiaro (e fondamentale) scopo politico. Mostrare i muscoli aiuta anche a essere più appetibili nel mercato dei mezzi militari. Un mercato ricchissimo che serve anche strumento politico. Vendere un’arma o un mezzo equivale ad avere le chiavi di accesso della Difesa del Paese destinatario. Ed è per questo che gli Stati si attivano. Per alimentare una delle industrie più ricche e basilari del mondo.
Il caso della Francia
Per capire questo meccanismo, ci viene in aiuto la Francia. Perché il curioso attivismo di Emmanuel Macron non è solo frutto del suo desiderio di ripristinare la grandeur francese. Ma nasce anche a un dato riportato dal sito specializzato Defense News, secondo cui la Francia, nel 2017, ha subito un dimezzamento delle vendite di armi e mezzi militari.
Come riferito dal governo di Parigi al parlamento nel rapporto annuale sull’export militare, le aziende francesi hanno vinto nel 2017 ordini per le esportazioni di armi per un valore di 6,9 miliardi di euro. La metà rispetto ai 14 miliardi registrati nell’anno precedente. Nel 2015, ad esempio, l’industria francese stabilì il record di 16,9 miliardi di euro di esportazioni, in cui ebbero un peso enorme i contratti per la vendita dei caccia multiruolo Dassault Rafale a India, Qatar ed Egitto.
Secondo il governo, il forte calo delle vendite di armi straniere era nato per due motivi: l’attesa per il risultato delle elezioni in Francia e, in generale, alla stagnazione economica di molti Paesi produttori di petrolio a causa del prezzo del greggio. La contrazione della crescita di questi Paesi, di cui molti sono ottimi clienti dell’industria bellica francese, ha avuto un peso molto importante.
A questi fattori, si è aggiunta poi la crisi del Golfo, nata dal blocco saudita nei confronti del Qatar. L’emirato ha da sempre rappresentato uno dei maggiori destinatari dell’export militare francese. La crisi che è scaturita dal blocco saudita nei confronti del Qatar ha reso molto complicata la buona riuscita dei contratti con l’aviazione qatariota per l’acquisto dei Rafale. Come scrive Defense News, Doha ha impiegato circa otto mesi per ottenere un prestito bancario che servisse soltanto per l’acconto del 15% sull’ordine di 24 Rafale dal valore di 6,3 miliardi di euro.
L’attivismo di Macron nei mercati più ricchi
La Francia ha quindi un problema: deve vendere più armi. Come farlo? Mostrandole. Ed è anche per questo che Macron ha avviato da subito una campagna di operazioni in tutto il mondo che andassero proprio a dimostrare le capacità delle armi francesi nei settori più caldi, oltre che mostrarsi proprio nelle vicinanze dei Paesi interessati.
I mercati più importanti per l’export francese sono essenzialmente due: il Medio Oriente e l’Asia-Pacifico. Le vendite in Medio Oriente, lo scorso anno, hanno rappresentato poco più del 60 % del valore totale. Un dato che dimostra il rapporto sempre solido fra Parigi e i Paesi mediorientali.
L’impegno militare in Siria, con le prove di forza dell’attacco (assolutamente minimo) contro le basi dell’esercito di Damasco, è stato anche un modo per testare le capacità d’attacco delle armi francesi. Ed è stato un test che, almeno per quanto riguarda la missilistica navale, ha lasciato molto a desiderare.
Secondo mercato delle armi francesi è appunto la regione dell’Asia-Pacifico, che ha rappresentato circa il 17% delle vendite. Ed è interessante notare come Macron abbia da subito voluto tessere la sua trama migliorando i rapporti con India e Australia, ma anche mostrandosi attivo in settore sostanzialmente lontano come quello del Pacifico.
L’arrivo della flotta francese vicino al Mar Cinese Meridionale è un gesto eloquente, ma che dimostra anche una certa volontà di farsi amici Stati emergenti in grado dipendere per migliorare le proprie forze armate. E non a caso, la visita di Macron in Australia è stata preceduta da un contratto di 50 miliardi di dollari per la costruzione di 12 sottomarini da parte della Dcns Naval Group.
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