“Ho sbagliato”. Nelle ultime settimane si sono moltiplicati i mea culpa  di Emmanuel Macron. Sono lontani i tempi in cui poteva godere della maggioranza del consenso tra la popolazione. Ora il presidente francese sta crollando nei sondaggi. Solamente il 27% della popolazione – dati peggiori perfino rispetto a quelli di François Hollande – stima il suo operato. E siamo solo sul fronte interno. Prima l’inchiesta su Alexandre Benalla, poi una serie quasi infinita di uscite infinite che hanno sancito sempre di più la sua lontananza dagli elettori. 

In politica estera, forse, la situazione è ancora peggiore. L’ascesa di Donald Trump ha, di fatto, sancito una frattura nei rapporti con gli Stati Uniti. Ma non solo. In Europa, piaccia o meno, stanno crescendo i movimenti populisti – basti pensare a Italia, Ungheria, Francia e Germania – a danno di quelli tradizionali. E questi nuovi equilibri, per forza di cose, vanno ad intaccare il ruolo di Parigi nel Vecchio Continente.

Macron, il candidato delle élites

Ma chi è Emmanuel Macron? È davvero, come ha raccontato in campagna elettorale, l’uomo che ha saputo cancellare la vecchia guardia politica in favore di un mondo nuovo? Basta leggere velocemente la sua biografia per rendersi conto di una verità tanto semplice quanto troppo poco evidenziata: il presidente francese francese è stato il candidato delle élites.

Si laurea in filosofia nel 2004, inizia a lavorare come ispettore delle finanze e, quattro anni dopo, inizia a lavorare per la banca d’affari Rothschild & Co. Lavora come consigliere di Hollande, per poi ricoprire, nel 2014, l’incarico di ministro dell’Economia, dell’Industria e del Digitale nel secondo governo di Manuel Valls. Due anni dopo, poco prima delle elezioni, fiuta l’aria e capisce che qualcosa sta cambiando. Che i francesi sono stanchi della vecchia politica e che, quindi, è meglio sganciarsi. Così sarà. Nelle elezioni del 2017 si registrerà un vero e proprio tracollo per i socialisti e i repubblicani.

Macron nel frattempo aveva fondato il suo partito – EnMarche! – che farà il pieno di voti, battendo la candidata del Front National Marine Le Pen. Ma molto probabilmente il presidente francese non avrebbe mai potuto vincere se non fosse stato appoggiato da Jacques Attali, noto economista filo europeo e saggista. Un uomo vicino sia al socialista François Mitterrand che al repubblicano Nicolas Sarkozy. Uno, insomma, che sa muoversi tra le pieghe del potere. Anche quando questo cambia. 

In un’intervista al Corriere, lo stesso Attali spiegava che Macron era stato sostenuto dalla “Francia pro-Europa, la Francia moderna”. E spiegava così questo concetto: “Molto semplicemente, la parte di Paese convinta che le cose possano andare meglio domani, che l’avvenire possa e debba essere migliore del passato. Gli elettori di Marine Le Pen sperano nel ritorno a un’epoca che non esiste più, e che non potrà mai più tornare. Il mondo interconnesso è una realtà irreversibile. Macron può contribuire a governarlo e non subirlo”.

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E per quanto riguarda il programma del presidente, Attali spiegava: “Ha centrato le aree dove bisogna intervenire per rilanciare la Francia. Ovvero la scuola, in particolare quella materna, e poi le misure per formare e rimettere nel mondo del lavoro i troppi disoccupati che ancora ci sono in Francia. Un insieme di protezione e di accento posto sulle responsabilità individuali. Il suo sussidio per i disoccupati non è assistenzialismo, è formazione seria per renderli in grado di trovare un posto. E poi l’idea di puntare sull’Europa a partire dalla difesa comune, che è un progetto ormai pronto a essere varato, nonostante il disastro rappresentato dalla Brexit”.

Il problema è che tutte queste promesse non sono state mantenute. Soprattutto quelle sulla sicurezza. Hanno fatto il giro del mondo le dichiarazioni dell’ex ministro dell’Interno  Gèrard Collomb mentre, dimissionario, lasciava l’Eliseo: “Sono andato in tutti questi quartieri – a Marsiglia, a Tolosa, Aulnay, Sevran –  e la situazione è molto degradata e il termine ‘riconquista repubblicana’ qui ha senso perché in questi quartieri oggi vige la legge del più forte, quella dei narcotrafficanti e degli islamisti radicali, che hanno preso il posto della Repubblica”.

Sempre più lontano dal Paese reale

Come scrivevamo ieri su Gli Occhi della Guerra, Macron è sempre più lontano dal Paese reale. Da quei lavoratori che, vedendo in lui un’alternativa al vecchio sistema dei partiti, ha provato a fidarsi. Ma che ora è rimasto deluso. Già perché il presidente è sempre riuscito a raccontarsi come un outsider della politica. Scrive a tal proposito il Corriere: “Il presidente Macron, estraneo ai partiti e neofita della politica, si è fatto eleggere in parte grazie a questa rivolta contro le élite ma adesso che è all’Eliseo viene sentito – per modi e politiche – come un nuovo aristocratico, lontano dai problemi delle persone comuni”.

Il problema è che si è trattato di un clamoroso bluff. Macron è sempre stato un uomo delle élites. Ma ha saputo raccontare un’altra realtà per convincere gli elettori. Una realtà che è crollata sotto gli scandali che hanno colpito l’Eliseo, le proteste di piazza e un senso continuo di insicurezza da parte dei francesi.