Emmanuel Macron ha iniziato negli ultimi giorni a cannoneggiare con dichiarazioni e mosse dal grande peso politico Benjamin Netanyahu e Israele. Dall’Assemblea Generale dell’Onu, quando Netanyahu si sarebbe rimangiato una proposta di cessate il fuoco in Libano, all’escalation nel Paese dei Cedri contro Hezbollah prima e, cosa più grave per Macron, la missione Unifil poi, Parigi e Tel Aviv sono arrivate ai ferri corti.
Macron ha, nell’ordine, criticato Netanyahu per il suo scarso rispetto del diritto internazionale e dichiarato che la fine delle forniture di armi a Israele è fondamentale per porre fine alle guerre a Gaza e Israele. Al summit euro-mediterraneo di Pafo, a Cipro, Macron è stato, assieme a Pedro Sanchez e più di Giorgia Meloni ,il convinto sostenitore dello stop alle armi a Tel Aviv. Il presidente ha poi ricordato a Netanyahu che l’attacco di Israele a Unifil, missione Onu, tradisce la storia del suo Paese, nato grazie a una risoluzione Onu. E, come riportato da Giuseppe Gagliano su queste colonne, starebbe pensando di non permettere a Israele di esporre le sue armi bloccando la partecipazione delle aziende dello Stato Ebraico al salone Euronaval di Parigi in programma a novembre.
L’obiettivo di Parigi: non perdere il Medio Oriente
Per Parigi l’obiettivo, sul breve periodo, è evitare che la guerra di Israele renda il Libano caotico e ingovernabile e, via Unifil, mantenere il “piede a terra” nella regione mediorientale. In una fase critica in cui Parigi ha già visto il declino della sua influenza geopolitica in Africa, è incerta sul futuro dei disegni di autonomia strategica europea e ha problemi alle periferie, principalmente in Nuova Caledonia, il mantenimento della presenza in Libano, ex colonia francese, è vitale per difendere l’influenza globale dell’Esagono.
La Francia mantiene rapporti diplomatici di peso con Beirut, e al contempo il ruolo di mediatrice nel Paese dei Cedri le ha garantito potere contrattuale agli occhi della regione. Parigi in questa fase ha rapporti importanti con tre Paesi chiave nella crisi mediorientale: il Qatar e l’Egitto, mediatori nella crisi di Gaza, da un lato; l’Arabia Saudita, interessata allo scenario libanese e garante della classe politica sunnita, dall’altro. Lo schiaffo di Israele a Unifil è percepito come un attacco diretto alla presenza francese nel Paese e Macron teme che ciò possa condizionare i rapporti tra Parigi e il Medio Oriente, vitali per fini geopolitici, strategici e economici, data la prolificità dell’export militare transalpino nella regione e la vitalità degli investimenti dei Governi mediorientali in Francia.
La guerra mette poi a repentaglio la sicurezza di 23mila cittadini francesi residenti in Libano, la comunità più grande del Medio Oriente: un fatto che ha sempre portato Parigi ad avere a cuore la pacificazione del Paese dei Cedri.
Le armi spuntate di Macron
Macron usa la leva del diritto internazionale per pungere Netanyahu e invitarlo alla ragione ma anche, se non soprattutto, per evitare che la sua posizione critica di Tel Aviv crei ruggini con gli alleati occidentali, in una fase in cui la concordia di campo è ritenuta a Parigi vitale per continuare su strategie come il sostegno all’Ucraina. Secondo molti esperti, ciò mostrerebbe però il declino della tradizionale politica araba della Francia secondo un trend consolidato dopo l’opposizione di Jacques Chirac alla guerra in Iraq nel 2003.
“Dalla Guerra dei sei giorni del 1967, quando il generale De Gaulle assunse una posizione piuttosto favorevole alla causa palestinese, alla guerra in Iraq del 2003, quando Jacques Chirac si oppose agli Stati Uniti, c’è stata una politica araba davvero vibrante”, ha dichiarato a Middle East Eye il politologo francese Bertrand Badie, che ha aggiunto: “Da allora in poi, la Francia si è allineata piuttosto bene con le posizioni americane”, ad esempio sulle primavere arabe e sull’opposizione al governo siriano di Bashar al-Assad nella guerra civile. Ne segue che, secondo Badie, “oggigiorno, poiché non c’è più una politica araba della Francia, la voce della Francia è diventata inudibile”, e dunque c’è il rischio che alla lunga le mosse di Macron si riducano a prese di posizione simboliche, a un velleitario “vorrei ma non posso”. Manca, nella pressione su Israele, la volontà di dare concretezza alle linee rosse: e in questo Parigi potrebbe trovarsi di fronte a una nuova fase di velleitarismo non corrisposto da precise azioni.