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Le elezioni europee in Francia hanno già avuto un primo effetto-terremoto: quello di portare Emmanuel Macron, grande sconfitto assieme al cancelliere tedesco Olaf Scholz, alla sofferta e inaspettata decisione di sciogliere anticipatamente il Parlamento.

Impossibile non prendere atto del netto cambiamento politico imposto a Macron dal trionfo del Rassemblement National di Marine Le Pen, che ha doppiato la lista liberale del presidente. Lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale in anticipo svincola, forse definitivamente, il suo mandato da quello presidenziale, dato che Eliseo e parlamento si rinnovavano a poca distanza ogni cinque anni in sinergia dal 2002, e rappresenta una presa d’atto tardiva del fallimento del tentativo di Macron di governare il Paese da uomo solo al comando.

Quando, nel giugno 2022, Macron e Renaissance, la sua formazione, assieme agli alleati centristi e liberali avevano fallito per la prima volta dai tempi di Jacques Chirac di incoronare un capo di Stato con una maggioranza assoluta in Parlamento, ridimensionandosi dopo il doppio trionfo del 2017, il presidente ha rifiutato ogni tipo di coalizione. Prima Elisabeth Borne e poi Jacques Attal hanno governato come premier di minoranza, protetti dalla coltre dell’Eliseo, cercando sponda ora a destra su immigrazione, pensioni e lavoro, ora a sinistra su temi come i diritti civili.

Una navigazione a vista negli affari correnti spesso contestata da un’ampia fetta del Paese che ribolliva e che vedeva i lepenisti, da destra, pressare l’agenda concreta dell’esecutivo, vedendo molte loro richieste, specie su ordine pubblico e immigrazione, interiorizzata dalla “minoranza di governo”. Tutto questo produceva però un solipsismo che appiattiva sul presidente la responsabilità delle grandi scelte strategiche, enfatizzando l’idea di un Macron avulso dalla grande maggioranza del Paese. Il calor bianco degli scontri nel Paese durante la riforma sulle pensioni, il revival degli scioperi di massa, le proteste contro il carovita e, da ultimo, l’arroccamento napoleonico di Macron su politica estera, guerra e Europa hanno creato una situazione di netta divisione tra l’Eliseo e la Francia reale. Oggi punita alle urne.

Macron chiama alle urne la Francia: primo turno il 30 giugno, secondo il 7 luglio per l’Assemblea Nazionale. ““L’ascesa dei nazionalisti, dei demagoghi, è un pericolo per la nostra nazione, ma anche per la nostra Europa, per il posto della Francia in Europa e nel mondo ”, ha chiamato all’appello i suoi elettori il capo dello Stato, dicendo di avere “fiducia nella nostra democrazia; lasciamo che il popolo sovrano dica la sua”. Macron è chiamato oggi al coraggio della scommessa per non aver avuto, ieri, il fiuto politico di negoziare una posizione politica chiara per il suo esecutivo di destra liberale, scegliendo se far campo con i Repubblicani nel fronte conservatore o accettare la sfida sociale della Nuova Unione Popolare Ecologica e Socialista (Nupes) a sinistra al fine di arginare i lepenisti. In due anni, è finita con il tiro al piccione sull’Eliseo. Ora potenzialmente destinato a coabitare, nel finale del suo mandato, con un parlamento decisamente più anti-macroniano dei precedenti.

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