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Mentre in Francia la partita per l’Eliseo si infiamma sempre più, Emmanuel Macron ha appena segnato un punto importante, per di più fuori casa. Si tratta del mega contratto di 17 miliardi di euro chiuso lo scorso mese con il governo degli Emirati Arabi Uniti. Un successo pieno e decisamente necessario dopo l’annullamento lo scorso settembre della commessa australiana per i 12 sommergibili Barracuda, un micidiale “siluro” tirato da Washington e Londra a spese dei gallici.

A partire dal 2026 Parigi fornirà agli sceicchi 80 aerei Rafale e 12 elicotteri Caracal. Eric Trappier, Ceo di Dassault Aviation, ha confermato che i cacciabombardieri verranno forniti nella modernissima versione F4 — ora in fase di adozione da parte del ministero della Difesa francese — facendo di Abu Dhabi il primo cliente straniero. Ricordiamo che il Rafale dovrebbe rimanere in servizio ed evolvere fino 2070, integrandosi con il futuro velivolo di sesta generazione SCAF/FCAS in fase di concezione e sviluppo. Insomma, una buona nuova per Dassault e i suoi partner Safran e Thales, una boccata d’ossigeno per le 400 PMI transalpine coinvolte nel progetto e una garanzia per migliaia di lavoratori (ed elettori…).

La ratifica del contratto conferma la vitalità dell’industria aeronautica transalpina (oltre agli EAU, i Rafale sono stati acquisiti anche da India, Qatar, Egitto, Grecia, Croazia) ma, soprattutto, segna un rinnovato ruolo strategico in un quadrante regionale dove la Francia è presente con tre basi militari, forti investimenti culturali (tra tutti il Louvre di Abu Dhabi, un capolavoro di soft power) e una rete economica importante. Ma il dato più lusinghiero per Macron rimane senza dubbio l’essere riuscito a restituire agli americani la sberla ricevuta dagli australiani e (perché no?) dagli svizzeri, anch’essi convinti da Joe Biden a rinunciare all’aereo francese a favore del più costoso F-35 statunitense.

Sulla decisione emiratina hanno certamente pesato gli ottimi rapporti personali tra il presidente e Mohammed ben Zayed Al Nahyane, principe ereditario di Abu Dhabi e vicecomandante delle Forze Armate, ma anche le contraddittorie politiche arabe dell’attuale inquilino della Casa Bianca.  Gli sceicchi non hanno gradito la retromarcia di Biden rispetto alla linea fissata tra i moderati del Golfo e Donald Trump durante l’elaborazione degli Accordi d’Abramo che prevedeva la normalizzazione dei rapporti diplomatici con Israele in cambio di tecnologia militare avanzata compresa una fornitura di F-35. L’attenzione benevola del presidente democratico verso il detestato asse Qatar-Turchia (sponsor degli ancor più odiati fratelli musulmani), le indecisioni sul dossier Iran e la catastrofica ritirata dall’Afghanistan (negoziata guarda a caso proprio a Doha…) hanno convinto gli emiratini a rivolgersi alla Francia già impegnata al fianco dell’Egitto sul fronte libico e con la Grecia nel Mediterraneo in opposizione alla Turchia di Erdogan.

Un esercizio di realpolitik che rafforza sicuramente la posizione di Macron agli occhi del complesso industriale transalpino (storicamente assai generoso in tempi elettorali) e conferma il ridimensiomento (il “retrenchement”) degli americani nel Mediterraneo allargato e nel Levante.

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