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La conferma di Emmanuel Macron alla guida della Francia è densa di significati ma anche di sfide. La rielezione del capo dell’Eliseo non deve infatti far dimenticare le difficoltà manifestato dallo stesso leader francese nel suo primo mandato. E questo non riguarda soltanto il profilo interno, ma anche internazionale.

La ricerca delle risposte

L’agenda estera del presidente francese è stato del resto uno dei punti più importanti della campagna elettorale. La guerra in Ucraina, tragicamente protagonista della corsa all’Eliseo come di tutta la politica europea in questi due mesi, è servita a Macron per riabilitarsi sotto il profilo interno mostrando un forte dinamismo diplomatico. Tuttavia, se è vero che Macron ha saputo mostrarsi quale leader di una nazione, la Francia, desiderosa di apparire decisiva per le sorti del mondo anche a costo di andare al di là delle proprie reali possibilità, è altrettanto vero che il protagonismo non si è rivelato foriero di vere e propri vittorie “sul campo”.

La visita a Mosca e il continuo dialogo con il presidente russo Vladimir Putin non hanno portato né, prima, a una de-escalation né dopo a una tregua. L’asse franco-tedesco, che per anni ha deciso le sorti dell’Unione europea, oggi appare stanco e provato da un conflitto in cui a prendere il sopravvento è stato indubbiamente il ruolo della Nato de gli Stati Uniti. E per quanto riguarda l’Europa come attore politico e strategico sempre più indipendente, sogno mai nascosto di Macron anche per guidare questa nuova autonomia strategica continentale, il conflitto non ha certamente dato nuova linfa al progetto unitario. Nonostante gli sforzi fatti da Bruxelles per parlare a una sola voce e l’impegno assunto in varie sedi per sganciarsi dall’orbita russa rendendosi sempre più indipendenti sotto il profilo energetico, l’Ue non è stata in grado di dare una vera impronta alla crisi. E questo, per un presidente che era anche guida di turno dell’Ue, è stato un problema di non poco conto. Al netto del lavoro svolto in sede diplomatica.

Tra Ue e Nato

Per Macron, che come prime parole da capo dello Stato ha ringraziato gli elettori per avergli dato fiducia per “una Francia più libera e un’Europa più forte“, ora sarà fondamentale tornare alla carica nel consesso internazionale forte di una rielezione che gli permette di guardare ai prossimi cinque anni come leader più forte (e a questo punto anche più longevo a livello politico) dell’Ue. Ma questo credito, oltre che servire evidentemente per riaffermare una forma di trazione francese a tutto il sistema Ue, servirà al capo dell’Eliseo per ripartire con quel progetto di unità e autonomia europee che adesso appaiono meno forti. Del resto anche il risultato elettorale di Marine Le Pen e della sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon conferma che in Francia c’è sempre più una presa di posizione contraria a una eccessiva aderenza della politica transalpina al mondo atlantico, ma anche un evidente scetticismo nei confronti delle derive europee più radicali. Non va dimenticato che la leader del Rassemblement National aveva riparlato di una Parigi fuori dal comando integrato della Nato come punto del suo programma elettorale: un programma che è piaciuto al 41% di elettori francesi al secondo turno. E la stessa leader della destra aveva accennato a una rottura di alcuni accordi con la Germania sul fronte della difesa. Gli argomenti non sembrano avere fatto crollare il consenso a Le Pen. E il leader di France Insoumise aveva accennato alla possibilità di “disobbedire” ai Trattati nel momento più opportuno. Elementi che non possono essere sottovalutati per un capo dello Stato che è stato sì riconfermato ma che, come spiegato anche dal quotidiano Le Monde, “senza stato di grazia”.

Il rapporto con gli Stati Uniti in questo senso risulta essenziale. Da parte francese c’è sempre stato un tentativo di smarcarsi dalle posizioni eccessivamente atlantiste. E Macron, in questo perfettamente in linea con l’eredità gollista, ha più volte manifestato il desiderio di riappropriarsi di una forma di autonomia. C’è da dire però che la guerra in Ucraina ha riportato Washington sul terreno europeo. E questo può essere fondamentale per la Francia, che ora dovrà capire quali sono i margini per parlare nuovamente di difesa Ue e di ambizioni transalpine sul punto.

Sahel, il punto interrogativo

Oltre al capitolo Ue, che rimane chiaramente preponderante in questa fase storica, per Macron ci sono poi altri grandi nodi da sciogliere su cui la sua presidenza dovrà dare risposta. Prima di tutto il Sahel, dove i soldati francesi sono impegnati da diversi anni in una logorante guerra contro il terrorismo e per la stabilizzazione della cosiddetta Françafrique. Negli ultimi mesi, Parigi è stata costretta ad abbandonare il Mali per i continui golpe che hanno palesato la fine della vicinanza del governo locale alla Francia, spostando il baricentro dell’Africa occidentale verso la Russia. Macron ha tentato più volte di suddividere i compiti agli alleati europei per evitare la debacle, ma il rischio di una sconfitta strategica è dietro l’angolo. E nei territori dell’ex impero potrebbe avere un peso politico, ma anche economico, non irrilevante. Specialmente se la contrarietà a Parigi si espandesse in tutta l’area saheliana.

Libia e Turchia

Ampliando l’orizzonte al Nord Africa e alla fascia mediterranea, esistono ulteriori aree di crisi in cui la Francia ha perso terreno o manifestato diverse difficoltà nella realizzazione dei propri piani. Macron ha provato a gestire in proprio la questione libica, sostenendo all’inizio anche il maresciallo della Cirenaica Khalifa Haftar. La guerra ha fatto capire che il generale dell’est non avrebbe ma potuto conquistare Tripoli, anche grazie al massiccio intervento turco a sostegno del governo riconosciuto. Tuttavia, quello che appare chiaro dopo anni di conflitto (in cui la Francia ha avuto un ruolo fondamentale nella sua accensione) è che Parigi in questo momento ha abdicato al ruolo di guida per provare una via di pacificazione in cui servirà il sostegno di altre potenze. Con l’Italia spettatrice più che interessata. Sempre con riferimento al nodo libico, ma aprendo anche al Medio Oriente, interessante sarà anche comprendere la nuova postura di Macron riguardo la Turchia di Recep Tayyip Erdogan. La guerra in Ucraina ha ridato lustro al Sultano dopo anni di forte isolamento interno alla Nato. Il presidente francese ha fatto intendere più volte di avere intrapreso una politica molto assertiva contro le ambizioni turche, al punto da sostenere apertamente e militarmente la Grecia nel periodo di tensioni con Ankara. Ma ora, con un nuovo scacchiere internazionale nella regione, l’Eliseo potrebbe cercare un nuovo approccio proprio con la Sublime Porta. Un collegamento che potrebbe servire a Macron anche sul difficile terreno dell’islamismo interno al territorio francese.

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