Il Presidente argentino Mauricio Macri ha visto la sua coalizione politica di riferimento, Cambiemos, assicurarsi una netta affermazione alle elezioni legislative di metà mandato del 22 ottobre, conquistando il 41% dei consensi in un voto che prevedeva il ricambio di 127 dei 257 seggi della Camera dei Deputati e di 24 dei 72 del Senato

Cambiemos ha guadagnato 19 seggi alla Camera e 9 al Senato, consolidando la sua posizione di maggioranza relativa grazie alle turbolenze del fronte peronista ad essa avverso, risultato ancor più diviso rispetto al voto presidenziale del 2015.

Il continuo sostegno apportato alle riforme neoliberiste e mercantiliste di Macri da parte di numerosi esponenti del Fronte para la Victoria dal 2015 a oggi ha portato l’ex Presidentessa e leader storica della formazione socialista, Cristina Fernandez de Kirchner, a guidare la scissione di Unidad Ciudadana dal Partito Giustizialista. Correndo divisa, l’opposizione è stata punita e ha di fatto facilitato l’opera del Presidente, che non ha visto l’ondata di proteste e contestazioni condotte nei confronti delle sue riforme tramutarsi in una concreta proposta politica alternativa. Macri ha vinto “alla Macron”, fungendo da catalizzatore e federatore per un’ampia ala politica e civica che non è rimasta pienamente convinta o si è a lungo opposta alla fase finale dell’amministrazione kirchnerista, caratterizzata da una decelerazione della crescita economica e dall’emersione di profondi scandali di corruzione. 

Un’affluenza pari al 78% ha ulteriormente valorizzato il successo di Macri, che tuttavia dovrà ora trovarsi a confronto con numerose, impellenti problematiche concrete. Il Presidente si trova ora nella posizione di uomo forte alla guida di un Paese debole, tuttora economicamente instabile: il fatto che nemmeno la svolta conservatrice e la virata verso l’austerità imposta dal governo di Buenos Aires sia riuscita a contenere gli elevati livelli di inflazione, previsti al 21,6% per il 2017, e che l’Argentina sia finito di recente sotto la stretta osservazione del Fondo Monetario Internazionale, i cui ispettori visitano da tempo con regolarità il Paese, dovrebbe preoccupare Macri, il quale dal canto suo ha sfruttato il successo elettorale per rilanciare la sua piattaforma di riforme del mercato del lavoro, dell’architettura educazionale e del sistema fiscale.

Un’altra importante linea di faglia interna al Paese è rappresentata dalla questione indigena: alla vigilia del voto, l’attenzione mediatica è stata catalizzata dal ritrovamento del corpo dell’attivista Santiago Maldonado, difensore dei diritti del popolo Mapuche al mantenimento della propria terra e dei propri stili di vita nella provincia di Chubut, sul suolo acquistato dall’industria italiana Benetton dal governo argentino in violazione, secondo  Maldonado, di una legge costituzionale del 1994. Maldonado, definito “il primo desaparecido dell’era Macri”, stigmatizzava duramente la politica dichiaratamente pro-business del governo: la sua scomparsa, l’1 agosto scorso, ha letteralmente diviso il Paese. Il ritrovamento del corpo del giovane attivista 28enne apre numerosi scenari e dà il via a una nuova ridda di discussioni: mentre la famiglia Maldonado accusa Macri e i suoi di aver volutamente messo a tacere la voce critica di Santiago, la popolarità acquisita dal caso dei Mapuche porta in prima pagina questioni a lungo sopite nel dibattito pubblico argentino. Questo è il destino contraddittorio che attende Mauricio Macri e la sua Argentina nei prossimi mesi: un Presidente sempre più saldo nella sua posizione guiderà dalla Casa Rosada di Buenos Aires una nazione che, sostanzialmente, non conosce una vera e propria direzione e si trova, allo stato attuale delle cosa, confusa dalle difficoltà economiche e sociali che da tempo la affliggono.

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