Capire la finanza, per capire il mondo FOLLOW THE MONEY

Partiamo dalle cifre, ancora una volta.

Arrivano puntuali, implacabili, come una diagnosi infausta… che si ripresenta con monotona crudeltà.

I dati più recenti sullo stato delle carceri italiane, quelli che dovrebbero scuotere le coscienze e mobilitare l’azione politica – come quelli regolarmente pubblicati dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) o analizzati nei rapporti di associazioni come Antigone – dipingono un quadro che non possiamo più considerare emergenziale, ma strutturalmente incancrenito: una ferita aperta nel tessuto democratico del nostro Paese.

Parlare oggi di sovraffollamento, di suicidi, di carenze sanitarie e strutturali non è più denunciare una criticità, ma è constatare il fallimento sistemico di uno Stato che, nel privare (anche giustamente…) della libertà, troppo spesso infligge una pena aggiuntiva, non scritta, contraria ai principi fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione.

Il termometro più immediato, e forse più brutale, di questa sofferenza è il dato sul sovraffollamento.

Le ultime rilevazioni disponibili sulle pagine statistiche del Ministero della Giustizia, aggiornate quasi in tempo reale e monitorate costantemente anche dal Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, ci parlano di una media nazionale che supera costantemente il 115-120% della capienza regolamentare. Eppure, siamo di fronte ad un dato medio, che nasconde, in realtà, picchi spaventosi in molti istituti, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle grandi aree metropolitane, dove si sfiorano o si superano regolarmente il 150%, talvolta anche il 200%, come documentato nei dettagliati rapporti annuali di Antigone.

Spiegato in realtà quotidiana, significa celle concepite per due persone occupate da quattro, cinque, a volte sei detenuti. Significa spazi vitali ridotti a pochi metri quadrati invivibili, dove la promiscuità forzata annulla ogni briciolo di privacy e dignità. Bagni condivisi da decine di persone, spesso in condizioni igieniche precarie. Tensioni costanti, litigi, violenze tra detenuti, un clima da “polveriera” che rende il lavoro della Polizia Penitenziaria ancora più arduo e pericoloso.

Questo ammasso di umanità dolente, priva di prospettive e annientata da condizioni materiali insopportabili, è il terreno fertile per la disperazione più cupa.

Qui, in questo contesto, si innesta l’altro dato agghiacciante: i suicidi in carcere.

Il 2023 si è chiuso con un bilancio tragico, e i primi mesi del 2024, come descritto da fonti di stampa e monitoraggi specializzati (ad esempio, il sito Ristretti Orizzonti riporta un triste conteggio), non sembra che mostrino alcuna inversione di tendenza. Ogni numero rappresenta una vita spezzata, una sconfitta per lo Stato, un grido d’aiuto rimasto inascoltato. Non si tratta solo di “fragilità individuali”, isolate, come talvolta si tenta di liquidare la questione con una certa superficialità. Si tratta, penso, della conseguenza diretta di un sistema che non offre supporto psicologico adeguato, che non riesce a intercettare il disagio profondo – una criticità evidenziata anche nelle Relazioni al Parlamento del Garante Nazionale – che lascia i detenuti (da recuperare…) soli. Con i propri demoni, in un ambiente che annichilisce la speranza. In più, il sovraffollamento non fa che esasperare questo disagio, con la conseguenza inevitabile che il monitoraggio, assieme ad interventi tempestivi, sono sostanzialmente impossibili.

Eppure, non è solo questione di spazi e di anime.

Siamo in presenza di una crisi di risorse umane e materiali; di carenza cronica di personale.

Un dato che emerge con chiarezza nelle statistiche ufficiali del DAP, denunciato costantemente dai sindacati di polizia e dagli operatori. Mancano agenti di Polizia Penitenziaria (costretti a turni massacranti e a operare in condizioni di stress e rischio elevatissimi), come mancano anche educatori, assistenti sociali, psicologi, mediatori culturali. Sono figure essenziali… non solo per la gestione quotidiana, ma soprattutto per avviare quei percorsi psicologici, mentali e rieducativi che l’articolo 27 della Costituzione indica come finalità della pena. Senza personale qualificato e in numero adeguato, ogni riflessione civile sulla riabilitazione rimane lettera morta, un pio desiderio confinato nei manuali di diritto penitenziario.

A tutto questo si aggiunge lo stato spesso fatiscente delle strutture.

Molti istituti penitenziari sono edifici vecchi, inadeguati, con impianti obsoleti, infiltrazioni, problemi di riscaldamento o raffreddamento, come dichiarano i report del Garante Nazionale.

La manutenzione è insufficiente, i fondi scarsi.

Vivere per anni in ambienti insalubri, freddi d’inverno e soffocanti d’estate, contribuisce a minare la salute fisica e mentale, aggiungendo ulteriore afflizione a chi è già privato della libertà.

La sanità penitenziaria, gestita dal Servizio Sanitario Nazionale ormai da anni, fatica a garantire standard di cura accettabili, come del resto sta avvenendo anche al di fuori del carcere. Liste d’attesa infinite per visite specialistiche, difficoltà nell’accesso a terapie continuative (specie per patologie croniche o psichiatriche), carenza di medici e infermieri. Insomma, la salute in carcere è spesso un diritto negato o gravemente disatteso, come evidenziato nei dossier tematici curati da Antigone e nelle segnalazioni raccolte dal Garante. In particolare, il disagio psichico rappresenta una vera ed ulteriore emergenza nell’emergenza, con un numero elevatissimo di detenuti malati psichiatrici cronici o che hanno sviluppato una patologia durante la detenzione: non ricevono un supporto adeguato.

Infine, il capitolo lavoro e formazione.

Le statistiche più recenti (consultabili sempre tramite il DAP o nei report aggregati) confermano che solo una percentuale minima della popolazione detenuta ha accesso a reali opportunità lavorative (spesso limitate alle attività interne di manutenzione o pulizia, le cosiddette “lavorazioni”) o a percorsi formativi qualificanti. In realtà, il lavoro, come lo studio, sono potentissimi strumenti di riscatto personale, per l’acquisizione di competenze spendibili all’esterno, e quindi possono contribuire a ridurre la recidiva). Ma in un sistema sovraffollato, sotto-organico e privo di investimenti mirati, queste opportunità restano un miraggio per la stragrande maggioranza dei detenuti, che vivono in un tempo vuoto, improduttivo, vissuto in frustrazione e sempre più lontano dalla società civile.

Di fronte a questo quadro desolante, aggiornato dagli ultimi, impietosi dati, cosa si può, cosa si deve fare? La risposta non può più essere l’ennesimo decreto “svuota-carceri”, dettato dall’emergenza e privo di visione strategica. A questa Nazione serve un cambio di paradigma radicale, un intervento strutturale che affronti il problema alla radice, con coraggio, lungimiranza e responsabilità

Provo ad indicare alcuni possibili interventi:

  1. Ridurre drasticamente il ricorso alla custodia cautelare in carcere.

In Italia, abbiamo una percentuale ancora troppo alta di detenuti in attesa di giudizio (dato verificabile sulle statistiche DAP). La carcerazione preventiva dovrebbe tornare ad essere l’extrema ratio, applicata solo nei casi di comprovata e attuale pericolosità sociale, o rischio concreto di fuga o inquinamento delle prove (peraltro, previsto dalla legge, ma spesso disatteso nella prassi). Esistono misure alternative (arresti domiciliari con braccialetto elettronico, obbligo di firma, ecc.) che potrebbero essere applicate con maggior convinzione ed efficacia.

  • Potenziare e incentivare realmente le misure alternative alla detenzione.

L’affidamento in prova ai servizi sociali, la detenzione domiciliare, la semilibertà, i lavori di pubblica utilità non dovrebbero essere considerati “sconti di pena”, ma modalità diverse, spesso più efficaci in termini di riduzione della recidiva (come dimostrano studi e analisi riportate, ad esempio, da Antigone), di esecuzione della sanzione penale. Occorre investire negli Uffici di Esecuzione Penale Esterna (UEPE), dotandoli di personale e risorse adeguate con lo scopo di seguire i percorsi esterni. Sarebbe necessario, peraltro, promuovere anche una diversa percezione pubblica della pena, perché “certezza della pena” non significa necessariamente carcere ad ogni costo.

  • Depenalizzare o convertire in sanzioni amministrative i reati minori.

Il nostro sistema penale è “ipertrofico”. Molti reati, soprattutto quelli legati al consumo di stupefacenti (che affollano oltre misura le carceri senza risolvere il problema della dipendenza, un tema spesso affrontato nei rapporti del Garante) o reati contro il patrimonio di lieve entità, potrebbero essere gestiti con altre tipologie sanzionatorie: lavori socialmente utili o percorsi di recupero specifici, liberando risorse e spazi detentivi per chi ha commesso crimini più gravi e rappresenta un reale pericolo.

  • Investire massicciamente nell’edilizia penitenziaria e nel personale.

Siamo in una situazione di tale gravità che non è più possibile rimandare un piano straordinario per ristrutturare gli istituti fatiscenti e, soprattutto, per costruire nuove strutture; forse più piccole, meglio integrate nel tessuto sociale. Nello stesso tempo, è indispensabile un piano di assunzioni straordinario per la Polizia Penitenziaria, per educatori, psicologi, assistenti sociali e mediatori culturali. Un personale che va adeguatamente formato, motivato e valorizzato.

  • Potenziare la sanità penitenziaria e l’assistenza psicologica.

Garantire un accesso rapido ed efficace alle cure mediche dovrebbe essere obbligo civile, etico. Necessitano più medici, più infermieri, più specialisti (esattamente come necessiterebbero per tutte le persone della Nazione). E dovrebbe fattivamente esistere un coordinamento con le ASL territoriali. L’assistenza psicologica e psichiatrica dovrebbe diventare un pilastro del sistema, con équipe multidisciplinari, in grado di intercettare il disagio, prevenire gli atti di autolesionismo e i suicidi, per supportare i percorsi di recupero.

  • Fare del lavoro e della formazione la normalità, non l’eccezione.

Occorrerebbe creare partnership strutturate con il mondo delle imprese, incentivando fiscalmente chi offre opportunità lavorative ai detenuti (all’interno o all’esterno, in regime di semilibertà o art. 21). Dovrebbero essere ampliati i programmi di istruzione, dalla scuola dell’obbligo ai corsi universitari, e i percorsi di formazione professionale, orientati alle reali esigenze del mercato del lavoro. Il carcere, come si evince dalla nostra Costituzione, dovrebbe essere un luogo dove “ricostruire” un futuro.

  • Una nuova cultura della pena.

Questo è forse il punto più difficile da attuare, perché basato su una visione a lungo termine, eppure sembra essere cruciale. La pena, pur mantenendo la sua dimensione afflittiva, dovrebbe perseguire concretamente l’obiettivo costituzionale della rieducazione. Ciò richiede un investimento culturale, una sensibilizzazione dell’opinione pubblica, una politica che non insegua il consenso facile con facili slogan di sapore esclusivamente vendicativo. Si dovrebbe spiegare a tutta la società civile, con coraggio, che un sistema penitenziario più umano ed efficace nel reinserimento è un vantaggio per tutta la collettività, perché riduce la criminalità nel lungo periodo.

È tempo che la politica, le istituzioni e la società civile tutta, si assumano la responsabilità di prendere coscienza di questa realtà e di agire. Non per “buonismo”, ma per rispetto della Costituzione, della dignità umana e, in ultima analisi, per la sicurezza e la civiltà del nostro Paese.

Il silenzio assordante che sale dalle celle italiane deve trasformarsi in un impegno concreto e non più procrastinabile.

Ne va della nostra stessa democrazia.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.


Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto