Quando gli arabi, tra il IX e il X secolo d.C., si sono insediati lungo la costa meridionale della Sicilia, hanno iniziato a vedere in alcuni colli dell’entroterra i luoghi più adatti per impiantare le proprie fortificazioni. E tra le valli a Nord della Piana di Gela,hanno individuato un colle a cui hanno dato il nome di Fata-nascim, ossia “Passo dell’Olmo”. Termine in seguito semplificato, così come spiega Luigi Milanesi nel suo Dizionario Etimologico della Lingua Siciliana, in Nascim e poi in Niscemi.
Per comprendere la storia di un luogo, occorre sempre partire dall’origine del suo nome. Oggi, per capire meglio cosa sta succedendo in una Niscemi sconvolta dalla frana, non si può non partire da una precisa constatazione: su quel colle che in queste ore sta lentamente scivolando a valle, la gente vive da secoli. È qui che ha sviluppato la propria comunità, la propria vita, la propria esperienza come popolazione. A Niscemi, così come in tanti altri borghi e cittadine italiane, esiste quindi un problema: convivere con la fragilità del proprio territorio.
Il caso particolare di Niscemi
Ricordare che nel luogo della frana di oggi esiste una comunità da oltre mille anni, può sembrare una banalità. Ma in realtà, visto la piega presa dal dibattito delle ultime ore, è fondamentale per chiarire alcuni importanti aspetti. Senza dubbio, in Italia il territorio negli anni è stato deturpato. Circostanza ancora più evidente in Sicilia, isola dove le frane sono purtroppo piuttosto frequenti. L’evento di questi giorni ricorda da vicino quello di Agrigento del 1966: anche in quell’occasione non ci sono state vittime e un terzo della città è diventato inabitabile. Si è invece pagato un drammatico tributo di sangue a Scaletta Zanclea e a Giampilieri, nel messinese, a causa della frana del primo ottobre 2009.
In tutti questi casi, la mano dell’uomo è stata piuttosto evidente: si è costruito lì dove non si poteva, è stato gettato cemento lì dove fiumi e torrenti per decenni hanno trovato i propri naturali sfoghi. Ma, a ben guardare, il caso di Niscemi risulta diverso. Qui gli abitanti stanno pagando un salato prezzo alla sfortuna. La città è sempre stata situata su quel colle che gli arabi hanno chiamato Fata-nascim. Ed è qui che si è ingrandita.
Quando Niscemi è stata colpita dalla prima grande frana storica documentata, quella cioè del 1790, il paese contava poco più di tremila abitanti. Oggi ne conta oltre 24.000, chiaro quindi come la comunità abbia avuto esigenza di spingere il proprio centro urbano al di là del nucleo originario e allargarlo fino a farlo confinare con il costone oggi in rovina. Un costone evidentemente rivelatosi inabitabile.
Decostruire e riprogrammare, contro le urla politiche
L’Italia, come si sa, è il Paese dei paradossi: anni di silenzi vengono poi interrotti, davanti l’emergenza, da urla vigorose in cui sull’onda dell’emozione si promette una drastica discontinuità. Oggi a Niscemi il riferimento più in voga è collegato alla frana del 1997, la più recente: “Non ripeteremo quegli errori”, viene ripetuto dalle varie autorità presenti in queste ore nella cittadina. Anche la presidente del consiglio Giorgia Meloni ha promesso di evitare gli sbagli di 30 anni fa. Quali sbagli però è difficile da capire. Molti dei palazzi oggi in bilico sul costone esistono da oltre mezzo secolo, il quartiere coinvolto dalla frana non è tra i più moderni. Al contrario, le aree nuove di Niscemi sono quelle costruite da tutt’altra parte e in zone non raggiunte dagli smottamenti.
Imbastire e improvvisare un processo al passato è la cura storicamente più usata, a destra come a sinistra e al centro, dalla politica italiana. Il caso Niscemi dovrebbe invece suggerire un altro approccio. Qui a giocare un brutto scherzo è stata anche la sfortuna, ammetterlo non vuol dire ridimensionare le responsabilità umane e né tanto meno nascondere l’esistenza degli abusi edilizi in Sicilia e altrove. Al contrario, significa certificare che tutta l’Italia ha un problema con la convivenza con il territorio. Il nostro è un Paese con una lunga storia, dove decine di borghi e città hanno iniziato la propria esistenza in aree fragili o rivelatesi inabitabili. La sfida è quella della prevenzione e del risanamento territoriale: decostruire dove non si può più abitare e riprogrammare il territorio sono le uniche azioni oggi, a Niscemi come in altre parti, che devono avere la priorità.