La data della Brexit è sempre più vicina e lo spettro del caos incombe su Londra e sulle sue prospettive economiche e politiche. Il premier Boris Johnson ha ricordato a Emmanuel Macron, nel corso di una conversazione telefonica, che l’Ue non dovrebbe farsi illusioni su un nuovo rinvio dell’uscita del Regno Unito dall’Unione. Johnson deve però scontare il no di Berlino e delle istituzioni europee alla sua offerta fatta per evitare un’uscita senza accordo. Secondo Downing Street questa è l’ultima possibilità di stipulare un compromesso che getti le basi per una partnership di successo nel futuro. Il piano di Londra è articolato in diversi punti ed ha come suo cardine l’impegno dell’esecutivo a trovare soluzioni che siano compatibili con gli Accordi del Venerdì Santo e che quindi preservino la pace in Irlanda del Nord tra le comunità cattoliche e protestanti. L’intera Irlanda diverrebbe parte di un’unica zona di regolamentazione, almeno fino al 2024, che uniformerebbe le norme legislative su tutte le merci ed eliminerebbe la necessità di controlli. Dopo un periodo di transizione Belfast uscirebbe dall’unione doganale con Bruxelles ma resterebbe nel mercato unico ed a questo punto i controlli doganali necessari potrebbe essere espletati, secondo Londra, con soluzioni flessibili e creative.

I problemi

Le istituzioni europee hanno però rifiutato anche la nuova proposta di Johnson sostenendo, tra l’altro, che la dipartita di Belfast renderebbe necessario il ripristino di barriere doganali e di ispezioni sul territorio irlandese. La Cancelliera tedesca Angela Merkel, secondo fonti citate dalla BBC, avrebbe sostenuto la necessità di far restare l’Irlanda del Nord nell’unione doganale come precondizione per accettare il piano inglese, uno sviluppo inaccettabile per il premier. Il presidente del Parlamento Europeo David Sassoli, invece, ha ricordato l’assenza di progressi negoziali ed ha ricordato che una mancata intesa sarebbe colpa delle autorità britanniche. Il muro contro muro continua ed il tempo comincia a scarseggiare. Gli osservatori cominciano a domandarsi cosa accadrà se, come probabile, Londra e Bruxelles non riescano a giungere ad un accordo. Teoricamente il Benn Act, la legge approvata da Westminster, obbligherebbe Boris Johnson a chiedere un’estensione di tre mesi dell’uscita di Londra dall’Unione qualora non si giunga alla firma di un accordo prima del 31 ottobre. Il premier, però, insiste sulle sue posizioni ed è determinato a non chiedere alcun rinvio, rischiando però conseguenze legali e lo scatenarsi di una vera e propria crisi costituzionale. Secondo il Times sarebbe in atto un tentativo, da parte di alcuni parlamentari dell’opposizione, di proporre John Bercow, lo speaker della Camera dei Comuni, come primo ministro alla guida di un governo di unità nazionale che dovrebbe evitare un’uscita senza accordo. Johnson però non sarebbe intenzionato a dimettersi nemmeno qualora le opposizioni riuscissero a formare un esecutivo alternativo, costringendo così la Regina a licenziarlo od a convocare nuove consultazioni. Il Partito Laburista, in ogni caso, non accetterà una persona diversa da Jeremy Corbyn come leader di un governo di unità nazionale e l’ipotesi Bercow sembra così destinata al fallimento. Tra le fila dei partiti di opposizione si registrano così nuove spaccature: i Liberal Democratici preferirebbero infatti che Corbyn evitasse di presiedere un esecutivo alternativo, anche perché non godrebbe di un livello di supporto sufficiente. Sembra improbabile che i Laburisti possano accettare di farsi bypassare e questo sviluppo è destinato a generare profondi contrasti tra i due partiti. Contrasti destinati a riversarsi nella pianificazione di strategie politiche coordinate per fermare Boris Johnson.

Le prospettive

Le prospettive economiche del Regno Unito, in caso di No Deal, non sarebbero buone. Questo è quanto sostiene anche l’Institute For Fiscal Studies secondo cui il debito inglese balzerebbe, qualora questa eventualità si materializzasse, ai livelli più alti degli ultimi cinquant’anni. L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico ha previsto, in caso di uscita senza accordo, una contrazione dell 1 per cento del Prodotto Interno Lordo per il 2020 e dello 0,5 per cento per il 2021 e 2022. Il dramma della Brexit continua così a monopolizzare il dibattito politico a Londra e le sue conseguenze rischiano di essere sempre più gravi per il Paese. Sembra difficile che Downing Street e Bruxelles, intestardite sulle proprie posizioni di principio e poco disposte ai compromessi, possano giungere alla stipula di un accordo prima del 31 ottobre e questo rischia di provocare gravi ricadute in primis sul Regno Unito e di rendere le future relazioni tra le parti molto complesse e difficili. Una crisi costituzionale sembra destinata a colpire in pieno Londra ed a modificare, in maniera permanente, le dinamiche politiche inglesi, che marciano ormai spedite verso un punto di non ritorno.