Dal 17 al 21 marzo il ministro degli Esteri della Cina, Wang Yi, effettuerà visite ufficiali in Nuova Zelanda e, soprattutto, Australia. Il doppio viaggio del fedelissimo di Xi Jinping non può essere trascurato per almeno due ragioni.
Prima di tutto, Wang, navigato veterano della diplomazia cinese, farà tappa in due Paesi alleati degli Stati Uniti. Il governo australiano, addirittura, è parte integrante dell’Aukus, l’accordo militare siglato insieme a Regno Unito e Stati Uniti, che ha trasformato Canberra in un attore fondamentale per la salvaguardia degli equilibri dell’Indo-Pacifico al fianco dei partner occidentali.
La Nuova Zelanda, insieme ad Australia, Canada, Usa e Uk, rientra invece nei Five Eyes, l’alleanza di intelligence internazionale nata al termine della Seconda Guerra Mondiale con l’intento di monitorare le comunicazioni dell’Unione Sovietica e del blocco orientale, oggi declinata in chiave anti cinese.
Considerando che negli ultimi mesi Washington ha corteggiato a lungo sia Wellington che Canberra per aumentare la pressione sulla Cina, Xi ha insomma pensato bene di tentare la carta della diplomazia per rendere vana la mossa dell’amministrazione Biden.
La missione di Wang Yi
La missione di Wang è rilevante anche per una seconda ragione: il Dragone farà di tutto per tentare di sabotare il citato Aukus. Un deterrente strategico per l’Australia, certo, ma pure una discreta spada di Damocle per le sue casse, visto che il Paese ha previsto di procurarsi tre sottomarini di classe Virginia dagli Stati Uniti da qui al 2030, oltre all’eventuale acquisto di altre due navi nel caso in cui dovesse essere necessario. Il governo australiano aumenterà poi gli investimenti in attrezzature all’avanguardia, inclusi sottomarini nucleari e missili a lungo raggio, per un totale di svariate decine di miliardi di dollari.
Il ramoscello d’ulivo che Wang tenderà alla sua omologa australiana, Penny Wong, può insomma essere letto come un piccolo memorandum che Pechino intende inviare a Canberra: tornare a parlare la lingua del commercio potrà essere più conveniente che non scatenare una corsa al riarmo nell’Indo-Pacifico.
E così Mr Wang visiterà l’Australia sette anni dopo l’ultima volta. L’annuncio ufficiale, tra l’altro, è arrivato poche ore dopo che Pechino ha offerto una tregua ai produttori di vino australiani. Nel 2020, infatti, il Dragone aveva imposto tariffe fino al 200% sul vino made in Australia all’apice della disputa diplomatica tra le due nazioni, insieme ad una serie di ulteriori misure riguardanti altri prodotti, come orzo, carne rossa, frutti di mare e carbone.
Da quel momento in poi il governo australiano è stato colpito da un’eccedenza di vino, o meglio da un eccesso di offerta equivalente ad oltre 2,8 miliardi di bottiglie di vino in più dopo la vendemmia del 2023. “Non vedo l’ora di incontrare Wang Yi durante la sua visita a Canberra la prossima settimana. È una buona cosa che Wang Yi sia in visita, è una buona cosa avere un dialogo“, ha dichiarato dal canto suo il primo ministro australiano Anthony Albanese.
Il disgelo Pacifico della Cina
La situazione in cui si trova ad operare l’Australia è quindi particolare. Da quando è entrato in carica nel 2022, il governo Albanese ha cercato di “stabilizzare” le relazioni con la Cina, il più grande partner commerciale di Canberra. Allo stesso tempo Albanese in persona ha evitato di definire il suo approccio al dossier cinese un “reset” rispetto al passato, ribadendo di non voler arretrare sulle posizioni politiche del suo Paese, compreso il piano Aukus.
Certo è che il lento ma progressivo miglioramento delle relazioni sino-australiane ha portato frutti dolcissimi: la rimozione della maggior parte degli ostacoli commerciali, ad esempio, e il rilascio della giornalista australiana Cheng Lei. Insomma, memore degli oltre 20 miliardi di dollari australiani di esportazioni di materie prime a alimenti andati in fumo a causa della fase più acuta della disputa diplomatica con il Dragone nel 2020, l’Australia vorrebbe voltare pagina.
Usiamo il condizionale, visto che gli impegni del Paese con i partner del blocco occidentale, che non sembrano essere in discussione, limitano il suo spazio di manovra. È anche per questo, per non perdere l’ombrello Usa, che l’Australia ha deciso di raddoppiare le dimensioni della sua flotta navale con un investimento supplementare di 11,1 miliardi di dollari australiani. La Marina dovrebbe espandersi fino a comprendere 26 navi da guerra, tra cui 11 nuove fregate e sei nuove grandi navi con capacità missilistiche a lungo raggio.
Il commercio con la Cina da un lato, l’ombrello occidentale dell’altro. La sensazione è che per l’Australia sarà sempre più difficile mantenere un simile equilibrio.