L’Unione europea si schiera contro Viktor Orban e la sua legge sull’educazione sessuale. La riunione serale del Consiglio Ue ha mostrato un fronte compatto di tutti i leader dell’Europa occidentale contro il primo ministro ungherese, colpevole, a detta dei colleghi, di aver varato un provvedimento lesivo dei diritti omosessuali. Un assedio a cui ha preso parte anche Mario Draghi, che si è rivolto a Orban ricordandogli che è la Commissione europea a dover vigilare sui trattati e sulla loro applicazione. E quindi anche sulla norma messa in stato d’accusa dal consesso Ue.

L’assalto contro Budapest è stato compatto e senza particolari spaccature. Il Benelux ha mostrato di essere il gruppo di Paesi più deciso nei confronti del leader ungherese, considerato uno dei simboli dell’Europa orientale a trazione sovranista. Ma anche Angela Merkel, Emmanuel Macron e Draghi hanno fatto intendere di essere totalmente contrari alla legislazione ungherese. E a nulla sono valse le dichiarazioni del premier magiaro, che ha ribadito di voler difendere i minorenni e le famiglie senza per questo non tutelare le persone omosessuali.

Scontro ideologico che però racchiude anche precise questioni di ordine pragmatico su cui è importante soffermarsi. L’Unione europea non arriva a questo Consiglio nel migliore stato possibile. È un’Europa fragile, indebolita dalla pandemia sia a livello politico che economico, ma soprattutto sociale. Le spaccature manifestate durante l’emergenza e durante l’approvazione del Recovery Fund non sono state poche. E anche se dall’America è arrivata una forma di benedizione all’Unione europea, è evidente che i problemi del Vecchio Continente sono ormai distanti dall’agenda di Washington, tanto che soprattutto Francia e Germania hanno ribadito di dover pensare in modo autonomo. Soprattutto per quanto riguarda i rapporti con la Russia. A questo si aggiunge il nodo migranti, con l’Unione europea che ha confermato la volontà di relazionarsi in maniera privilegiata con la Turchia esternalizzando la gestione dei flussi a suon di miliardi, mentre con i Paesi africani (tutto, sia chiaro, delegato in un secondo momento) si pensa a un “modello turco” pur con tutte le differenze del caso. A cominciare dalla questione libica.

In questo vero e proprio ginepraio politico, il Consiglio europeo non ha sostanzialmente dato risposte. Come riportano le fonti di Huffington Post, il Consiglio ieri ha parlato praticamente solo dieci minuti di immigrazione nonostante l’Italia chieda a gran voce una decisione sulla redistribuzione. E mentre le agende estere dei singoli Stati si scontrano su Sahel, Libia, Nord Africa e Mediterraneo orientale, l’Ue si ritrova compatta soltanto sull’unico argomento in cui tutti i leader dell’Europa occidentale si trovano d’accordo: la difesa a spada tratta dei diritti Lgbt. Una vera e propria bandiera intorno a cui si riuniscono tutti i governi e che da qualche tempo è ormai diventata quasi un simbolo di questa Unione europea che cerca di ergersi a organizzazione culturale prima ancora che politica.

Una scelta che non è secondaria nelle logiche strategiche: imporre la tutela dei diritti come pilastro dell’agenda politica europea significa anche imporre un nuova linea rossa nella percezione stessa dell’Europa. Un complesso di Stati culturalmente orientato su una certa visione, quasi da destino manifesto, in cui esiste un dentro e un fuori non in base a una posizione geografica, alle radici comuni, a obiettivi economico-finanziari o strategici, ma in base a un preciso programma politico-culturale. Una rivoluzione nell’ambito europeo, dove invece per anni si era professato prima la libertà di spostamento, poi l’allargamento a oriente e infine la stabilità finanziaria. Ora c’è un tassello in più: l’appartenenza ideologica. Un salto di qualità da non sottovalutare anche nei rapporti con l’Est Europa. Ma che dimostra, tuttavia, che l’Europa trova compattezza e rapidità di azione solo quando si tratta di un avversario tutto sommato debole e su un problema che non può dividere le agende dei leader occidentali.

In termini estremamente semplici, l’Ue appare come un gigante a cui “piace vincere facile”, accogliendo a un’agenda che è in fin dei conti comoda ma senza avere alcuna reale volontà di cambiamento su temi di spinosa attualità strategica. Immigrazione, stabilità dell’Africa e del Mediterraneo, Turchia, rapporti con Cina e Russia, grandi questioni energetiche sono tutti temi rimandati ai vertici Nato e alle cancellerie di singoli Stati membri. La stessa Merkel, in una dichiarazione notturna sui risultati della riunione di ieri, ha parlato con delusione per quanto riguarda le mosse del Consiglio sui rapporti con Mosca: “Mi sarei aspettata passi più coraggiosi”. Ammissione che conferma una deriva sempre meno pragmatica di Bruxelles.

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