Nonostante la pandemia di Covid-19 abbia evidenziato le mille difficoltà della libera circolazione e messo in crisi i pilastri dell’Unione europea, la giornata di oggi è stata caratterizzata dal vertice tra i capi di Stato europei e dei sei Paesi dei Balcani che nel prossimo futuro dovrebbero entrare all’interno della Comunità. All’ordine del giorno, oltre al ribadire l’interesse reciproco alla base dell’allargamento dell’Unione europea all’area balcanica, ci sono stati anche i discorsi relativi agli aiuti umanitari per il contenimento del coronavirus che ha interessato anche l’altra sponda dell’Adriatico.  E nella situazione attuale, proprio il discorso relativo agli interventi medici è stato posto al centro dell’attenzione, da un lato per ribadire le volontà europee di sostenere i Balcani e dall’altro per ricordare – soprattutto alla Serbia ed alla Bosnia – che un progetto comune esclude una più articolata collaborazione con la Cina, la Russia e la Turchia.

Gli aiuti cinesi, russi e turchi nei Balcani

Non è una novità dell’ultimo minuto un accresciuto interesse da parte di Mosca, Ankara e Pechino per l’area balcanica: ognuno di loro per le proprie motivazioni. Mentre la Russia e la Turchia hanno sempre ambito alla possibilità di avere un’exclave all’interno dell’Unione, la Cina è mossa da interessi soprattutto commerciali, sfruttando le enormi potenzialità della regione cui economia ancora non è esplosa. Ed in questo scenario, l’intervento medico a sostegno della popolazione vessata dal Covid-19 è stato colto come una possibilità per mettersi in risalto non soltanto agli occhi delle gerenze ma anche dell’opinione pubblica locale: mai tanto importante quanto in queste difficili settimane.

A muoversi in modo importante sono stati soprattutto la Russia e la Cina, che si sono resi sin da subito disponibili nell’invio di materiali sanitari e di cordate mediche volte ad aiutare i sistemi sanitari dei Balcani che già stavano entrando in crisi. Questa mossa – molto apprezzata anche dalla popolazione – aveva portato al ringraziamento pubblico da parte del presidente serbo Aleksandar Vucic e di uno dei tre presidenti della Bosnia Milorad Dodik che ha infastidito marcatamente i diplomatici di Bruxelles.

Si collabora, ma senza tenere il piede in due scarpe

Il punto principale portato sui tavoli di discussione da parte dei 27 leader dell’Unione europea è proprio quello relativo agli interventi umanitari portati avanti nella regione dagli attori internazionali. Sebbene infatti un loro mancato rifiuto nelle condizioni di emergenza attuali non sia al momento un problema, ciò non si deve riproporre in una situazione di normalità: collaborare con l’Unione europea significa infatti chiudere le porte agli interessi russi, cinesi e turchi nella regione. E da questo punto – che a parole ha sempre trovato la conferma dei leader balcanici – si potrà procedere alle discussioni su un allargamento.

Nonostante le difficoltà soprattutto diplomatiche ancora persistenti nella regione – come la questione del riconoscimento del Kosovo – l’interesse europeo nei Balcani è chiaramente aumentato soprattutto nell’ultimo anno, quando si è palesata soprattutto la “minaccia turca”. Motivo per il quale, non a caso, i discorsi relativi l’allargamento hanno subito una rapida accelerata, nonostante le riserve francesi portate avanti sino al 2018.

I Balcani vogliono più sovvenzioni

L’aver atteso oltremodo nel farsi avanti con i Balcani ha messo però l’Unione europea nella scomoda posizione di dover competere contro Russia, Cina e Turchia – problema che una procedura più rapida avrebbe in buona parte evitato. Come espresso dal presidente della Serbia Vucic, anche nella regione le volontà principali sarebbero quelle di “affidarsi” alle braccia di Bruxelles rispetto agli altri agenti internazionali. Tuttavia, come già ribadito nelle prime settimane della crisi, l’Unione europea dovrebbe far sentire maggiormente la propria vicinanza alle tematiche dell’area. In modo principale – anche per “riscattarsi” dalle mancanze di questi mesi – per quanto riguarda gli aiuti economici alla regione e che dovrebbero essere fatti “più di sovvenzioni che di prestiti”, come riportato dall’agenzia di stampa ReutersE in questa situazione, dunque, sembra quasi che l’Unione europea sia finita nell’ennesima trappola del finanziamento a fondo perduto, sempre per arginare gli interessi verso l’Europa – anche – della Turchia.

diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY