Il tempo scorre veloce, e i giorni sul calendario segnati con il rosso sono due: il 12 e 13 dicembre prossimi. In queste date si terrà un Consiglio europeo decisivo per capire se la riforma del Fondo salva-Stati si schianterà contro un muro o sarà avvolta da una candida fumata bianca. L’Italia resta in attesa di conoscere il proprio destino, ben consapevole quali saranno i rischi, enormi, del Mes versione 2.0, un trattato modificato dai piani alti di Bruxelles e avallato da Giuseppe Conte senza avvisare il Parlamento. Il Meccanismo europeo di stabilità demolirebbe il già fragile sistema economico-finanziario italiano, vessato da un enorme debito pubblico, il 70% del quale nelle mani delle banche. Gli istituti hanno minacciato di non acquistare più titoli di Stato nel caso in cui la riforma dovesse passare, perché temono gli effetti della possibile ed eventuale ristrutturazione del debito nascosta nelle pieghe della riforma. Viste le clausole, l’Italia non potrebbe attingere al salvagente del Mes proprio a causa del suo altissimo debito, eccessivo e sotto monitoraggio dell’Ue; eppure gli istituti temono comunque un terremoto.

Non a caso il presidente dell’Associazione bancaria italiana, Antonio Patuelli, qualche giorno fa si è sfogato a nome degli istituti bancari: “I problemi diventeranno tutti nostri, e già ne abbiamo a sufficienza. Questo è un problema delle istituzioni della Repubblica e noi ne facciamo parte. Chiedete agli esponenti del governo perché non ci hanno consultati. I titoli di Stato italiani? Non li compreremo più, non abbiamo un vincolo di portafoglio che ci costringe a comprarne una certa quantità”. Banche a parte, un’altra conseguenza deleteria arriverebbe dalla fuga in massa degli investitori stranieri, che si ritroverebbero a fare a gara nel vendere i titoli di Stato italiani, portando il nostro Paese a un passo dal baratro.

Un’Unione Europea fine a se stessa

Da qualunque prospettiva lo si guardi, il dibattito attorno al Mes contiene un tema ancor più rilevante, riguardante le radici della stessa Unione europea. Senza alcuna unità politica non può esistere nessuna unità monetaria. La dimostrazione è oggi sotto gli occhi di tutti, con le regole Ue scritte da una ristretta oligarchia, molto più attenta a tutelare i propri interessi che non a favorire la vita ai cittadini della comunità. Nessuno ha tenuto in considerazione fattori fondamentali, che dovrebbero sorreggere qualsiasi comunità sociale e politica: una lingua comune, certo, ma anche storia e territorio. L’Unione Europea, almeno l’attuale costruzione, non prende in considerazione niente di tutto ciò, e lo si è visto, per l’ennesima volta, con la riforma del Mes. Un trattato che punta a erodere altra sovranità nazionale ai singoli Paesi.

L’unica soluzione

In altre parole, la democrazia liberale non ha niente a che spartire con questa Ue, tenuta insieme soltanto da una moneta unica, l’euro. Manca il cosiddetto comune sentire, perché ogni relazione sovranazionale si basa solo e soltanto su tecnocratici meccanismi di stabilità e trattati finanziari. I vertici di Bruxelles dovrebbero rendersi conto che i membri del club sono ormai stanchi di rispettare regole sempre più pressanti e per altro a danno dei propri cittadini. L’unica soluzione è un radicale cambio di registro dall’alto, che dovrebbe prevedere meno accordi a vantaggio di banche e istituti finanziari e un maggiore riconoscimento della comune radice giudaico cristiana. Tornando al Mes, il Fondo salva-Stati altro altro non è che un trattato internazionale mascherato da veicolo finanziario, e rispecchia appieno lo spirito nocivo dell’Ue. Indipendentemente da come vada a finire la questione relativa al Meccanismo europeo di stabilità, Bruxelles farebbe meglio a prendere appunti per evitare di commettere in futuro altri errori simili.