Durante la campagna elettorale USA del 2016, il motto coniato da Donald Trump e maggiormente utilizzato da simpatizzanti e detrattori del tycoon newyorkese era quello di ‘America First’; nelle speranze di chi poi ha votato l’esponente repubblicano, così come nelle preoccupazioni di chi ha sostenuto Hillary Clinton, vi era un posizionamento internazionale degli Stati Uniti meno votato all’interventismo e più portato invece ad una maggiore prudenza in campo militare ed economico. In questo contesto, anche in Europa si è incominciato a riflettere circa i rapporti da tenere con Washington: in tanti, come si ricorderà, hanno visto nelle parole di Trump una grande opportunità per il vecchio continente di ripensare l’alleanza con gli USA e poter quindi riguadagnare una buona base di autonomia, a partire soprattutto dall’appartenenza alla NATO, istituzione ritenuta ‘vetusta’ dal candidato repubblicano durante la campagna elettorale. A distanza di un anno, molte di quelle aspettative sono andate in qualche modo disattese grazie ad una politica estera statunitense maggiormente aggressiva negli scenari iraniani e coreani, al pari di una maggiore considerazione della stessa alleanza atlantica per la quale anzi Trump ha chiesto maggiore sostegno da parte dei paesi europei.

Il caso iraniano e le prime vere ‘mosse autonome’ dell’Europa

Pur tuttavia, anche se indirettamente, un effetto sperato da molti all’indomani dell’elezione di Trump si sta in parte verificando: dal vecchio continente, nelle settimane scorse, sono piovute aspre critiche ad alcune delle politiche adottate dagli USA, un fatto inedito specie se si considera i pochi margini di autonomia delle cancellerie europee dal dopoguerra ad oggi. Raramente, dalla nascita dell’alleanza atlantica, l’Europa si è mostrata compatta nel prendere posizioni apertamente contrarie a quelle di Washington; decisiva, in tal senso, è stata la mossa della Casa Bianca dello scorso 13 ottobre di de certificare di fatto l’accordo sul nucleare raggiunto con l’Iran. Grazie proprio a quel trattato, siglato con Teheran dal gruppo dal cosiddetto ‘5+1’, ossia il gruppo composto dai cinque membri permanenti del consiglio di sicurezza dell’ONU più la Germania, per l’Europa sono arrivate diverse opportunità economiche e di interscambio: l’accordo infatti, ha previsto determinate limitazioni imposte all’Iran nel suo programma di sviluppo atomico, in cambio della fine delle sanzioni internazionali.

Airbus, così come il nostro gruppo ferroviario, al pari di diverse aziende medio – grandi del vecchio continente, hanno acquisito commesse ed appalti per svariati miliardi di Dollari grazie a contratti con enti ed istituzioni iraniane; la fine dell’embargo economico e la ‘riabilitazione’ internazionale di Teheran, si è subito rivelata una grande occasione soprattutto per l’Europa vista la necessità dell’Iran di ammodernare e potenziare le proprie infrastrutture. Ecco dunque il motivo per cui, per gran parte delle cancellerie europee, è stato fin dal principio impossibile seguire gli USA nell’inasprimento delle tensioni con l’Iran; non solo i singoli Stati, ma anche la stessa UE, al contrario di quanto fatto nel 2014 in occasione delle sanzioni imposte alla Russia, ha alzato le barricate contro la decisione di Trump di uscire dall’accordo con Teheran: “Non ha il diritto di rescindere un trattato multilaterale: il presidente USA ha tanti poteri, ma non questo”, ha tuonato la rappresentante della politica estera europea, Federica Mogherini.  

Il vecchio continente quindi, è andato apertamente in contrasto con quanto voluto dagli Stati Uniti, un fatto questo che senza ombra di dubbio può definirsi non solo raro ma anche di aperta discontinuità con il passato: a fronte di una scelta operata a Washington, l’Europa questa volta non ha voluto assecondare i propositi degli USA preferendo invece la difesa dei propri interessi. E’ vero che in passato alcune scelte di politica estera non hanno avuto unanime consenso tra i governi europei, come nel caso dell’offensiva contro Saddam Hussein del 2003, in quelle occasioni però non tutte le cancellerie del vecchio continente hanno manifestato una linea comune; questa volta invece, in blocco ed in maniera concordata l’Europa ha espresso un’unica posizione contraria a quanto stabilito dall’altra parte dell’Atlantico.

Dall’isolazionismo all’unilateralismo: cambiano i termini ma non i risultati

Il caso iraniano è forse quello più emblematico, ma non l’unico: il ritiro unilaterale dall’accordo sul clima di Parigi, la scelta di alzare i toni contro la Corea del Nord, sono ad esempio altre scelte compiute da Donald Trump senza ascoltare o tener conto degli interessi degli altri partner e questo, pur se inquadrabile nel contesto di un cambiamento di strategia rispetto a quanto annunciato durante la campagna elettorale, ha portato al medesimo risultato auspicato o temuto (dipende dai punti di vista) lo scorso anno e cioè quello di dare maggiori margini di manovra al vecchio continente. In poche parole, il presidente USA sta sì disattendendo a molti dei suoi propositi ed in particolare a quello di un maggiore isolazionismo di Washington in politica estera, ma i suoi errori e la scelta di impuntarsi su determinate tematiche hanno portato l’Europa a dissociarsi più volte dagli Stati Uniti.

L’unilateralismo è la chiave delle scelte USA durante gli ultimi dodici mesi: si è proceduto in questa maniera su tutti i principali fronti e, come detto, soprattutto sui casi maggiormente spinosi che riguardano i rapporti con Iran e Corea del Nord; è proprio questa tipologia di unilateralismo ad aver prodotto uno scollamento politico tra le due sponde dell’Atlantico. Raramente USA ed Europa sono stati così distanti su alcuni dei temi fondamentali che vanno dalle crisi internazionali, fino anche agli accordi sul clima e sulle questioni ambientali; molte scelte strategiche di Trump, potrebbero condurre ad un’occasione importante per il vecchio continente di smarcarsi dalle politiche USA e di inaugurare una stagione di più ampia autonomia decisionale.

Proprio il caso iraniano potrebbe essere un banco di prova importante: in tal senso, la posizione dell’Europa è molto più vicina a quella della Russia e sia a Bruxelles che a Mosca sono intenzionati ad andare avanti nonostante i toni aspri e minacciosi utilizzati da Washington nei confronti dell’Iran; se per davvero, in nome del sacrosanto diritto di difesa dei propri interessi, i paesi europei procederanno ad attuare una politica diversa da quella americana, continuando quindi nel processo di eliminazione delle sanzioni a Teheran, per la prima volta si assisterebbe ad una forte discontinuità nei rapporti tra USA e vecchio continente e le cancellerie europee potranno sperimentare la tenuta di una propria linea diversa da quella di Washington. Due errori, si dice, fanno una ragione: è stato un errore credere che per davvero Trump potesse attuare una politica isolazionista, al tempo stesso il presidente statunitense sta attuando il grave errore di spingere a tutti i costi verso azioni unilaterali ma, tutto questo, sta ugualmente donando la possibilità all’Europa di cominciare a ridisegnare le proprie relazioni e ad immaginare una propria diversa posizione in ambito internazionale.

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