L’Ungheria è stata fra i primi Paesi a manifestare e a praticare solidarietà nei confronti del Libano e lo ha fatto nelle ore immediatamente successive alla tremenda esplosione di Beirut. Le azioni del governo Orban non sono da leggere come un semplice atto di diplomazia umanitaria in un momento di grande sofferenza ma anche come l’espressione più palese dell’impegno preso l’anno scorso con i cristiani del Medio Oriente.

La donazione

Il 5 agosto, a meno di un giorno dall’esplosione del porto di Beirut, il governo ungherese ha annunciato l’accreditamento di un milione di euro sul conto dell’Hungary Helps Programme su iniziativa personale del primo ministro Viktor Orban. La somma è stata messa a disposizione della Chiesa maronita e servirà due obiettivi: aiutare le vittime nell’immediato, soddisfando le loro necessità, e supportare la futura ricostruzione.

Nella stessa giornata, una volta appreso del decesso di Nazar Najarian, Orban ha anche scritto e indirizzato una lettera di condoglianze al Partito falangista libanese.

Il protagonismo, e soprattutto il tempismo, di Budapest non è passato inosservato. Il ministro degli esteri libanese, Charbel Wahba, ha ringraziato via telefono l’omologo ungherese, Peter Szijjarto, mentre il patriarca della chiesa maronita, Bechara Boutros al-Rahi, ha ringraziato Orban per la donazione e per la celerità con cui è stata effettuata, avendo ricevuto la somma la mattina del 6 agosto.

L’impegno del governo Orban non si è esaurito nella donazione perché la mattina del 6 agosto, mentre sui conti della chiesa maronita veniva accreditato un milione di euro, a Beirut è atterrata una piccola squadra composta da cinque esperti in gestione delle catastrofi.

L’impegno con i cristiani mediorientali

L’agenda estera di Orban per i cristiani del Medio Oriente è il frutto di un lungo percorso di maturazione intellettuale da parte di Fidesz che si è materializzato definitivamente e integralmente a cavallo fra la fine dell’anno scorso e l’inizio di quest’anno.

Il 30 ottobre 2019 aveva avuto luogo una bilaterale a Budapest fra il presidente russo, Vladimir Putin, e il primo ministro ungherese, Orban, durante la quale si era discusso, fra le altre cose, di creare un meccanismo di azione coordinata per migliorare le condizioni di vita dei cristiani in Medio Oriente e, più in generale, nel mondo musulmano.

Secondo Tristan Azbej, il segretario di Stato per l’aiuto dei cristiani perseguitati, i due leader avevano parlato della possibilità di istituire un’alleanza internazionale composta da nazioni interessate a combattere la cristianofobia e a porre fine alla persecuzione mondiale dei cristiani, che è ormai prossima a raggiungere livelli da genocidio in diverse parti del pianeta.

Il governo ungherese aveva presentato la proposta a Putin, che avrebbe mostrato dell’interesse a riguardo, comunicando che sarebbero stati forniti più dettagli nei mesi successivi. Infine, nell’attesa di formalizzare l’alleanza, i due leader avevano raggiunto un accordo teso ad estendere la cooperazione bilaterale in campo umanitario, in particolare nel supporto dei cristiani in Nord Africa e Medio Oriente.

Il 14 febbraio, invece, aveva avuto luogo un incontro ufficiale fra papa Francesco e János Áder, il presidente dell’Ungheria, durante la quale erano stati discussi numerosi temi: giustizia sociale, crisi dei rifugiati, persecuzione dei cristiani nel mondo, promozione e difesa della famiglia naturale, tutela dell’ambiente, presente e futuro dell’Europa.

Il pontefice era stato ufficialmente invitato a partecipare al 52esimo Congresso eucaristico internazionale, previsto a Budapest il prossimo settembre ma rimandato al 2021 a causa della pandemia, che sarebbe l’occasione ideale per dedicare un viaggio apostolico al Paese, che non riceve visite pontificie dal lontano 1996.

Nei giorni precedenti all’incontro fra il pontefice e il presidente ungherese, Azbej aveva preso parte alla cerimonia inaugurale dell’Alleanza internazionale per la libertà di religione, tenutasi a Washington a inizio febbraio, durante la quale aveva pubblicizzato l’immagine del governo, esponendone i risultati: 50 milioni di euro destinati a progetti umanitari in Africa e Medio Oriente, almeno 70mila cristiani aiutati.

La visione di Orban

Orban, attraverso Fidesz, sta tentando di accreditarsi, agli occhi della Chiesa cattolica e del mondo intero, come un politico realmente interessato alla delicata questione della persecuzione dei cristiani e alla conservazione dell’identità e dei valori cristiani in Ungheria ed in Europa. Coerentemente con questa ambizione, negli ultimi anni, ma soprattutto negli ultimi mesi, sono state dedicate numerose risorse alla protezione dei cristiani perseguitati nel mondo e dei cristiani in generale.

A gennaio, l’Hungary Helps Programme aveva annunciato l’avvio di uno schema di aiuti da 16 milioni di euro per l’Uganda, progettato per ridurre i rischi di conflitti interetnici e interreligiosi nel Paese per mezzo del miglioramento delle condizioni di vita dei suoi abitanti. Quattro mesi dopo, a maggio, lo stesso ente aveva inviato 30mila dollari all’isola di Lesbo (Grecia) per pagare il ritinteggiamento e l’acquisto dei materiali necessari per riportare all’agibilità alcune chiese vandalizzate dai richiedenti asilo.

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