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Joe Biden ha preannunciato che uno dei motivi conduttori della nuova politica estera degli Stati Uniti sarà la lotta ai nemici del cosiddetto mondo libero, corrispondenti ai regimi illiberali, ibridi, autoritari e dittatoriali. Per la Casa Bianca si tratterà, in sostanza, di recuperare il titolo di poliziotto globale e di agire nel nome dell’imperialismo morale promanante dall’internazionalismo liberale.

Dal ventre di questa guerra culturale, influenzata dall’astro esercitato su Biden dal sempreverde concetto jeffersoniano di “Impero della Libertà” (Empire of Liberty), potrebbe essere partorito un “vertice delle democrazie” funzionale (anche) ad allontanare lo spettro dell’autonomia strategica di Emmanuel Macron. La logica alla base dell’agenda Biden è la seguente: fare leva sullo spauracchio della democrazia liberale in pericolo e sulla necessità sentita da ambo le parti di sanare la rottura atlantica per aumentare ulteriormente il controllo sulla politica estera dell’Unione Europea.

I rappresentanti dell’internazionalismo liberale europeo condividono la visione di Biden, come dimostra il “piano Marshall per la democrazia” proposto da Heiko Maas, nello stesso modo in cui la temono i paladini dell’internazionale conservatrice, orfani, vulnerabili e in balìa degli eventi dallo scorso novembre, ossia da quando le urne hanno decretato la sconfitta di Donald Trump.

Contrariamente a quanto accaduto in Polonia, dove Diritto e Giustizia è corso ai ripari preannunciando un corso di politica estera maggiormente palatabile per il nuovo inquilino della Casa Bianca, o in Turchia, dove Recep Tayyip Erdogan ha inaugurato un cambio di rotta a trecentosessanta gradi, la piccola Ungheria di Fidesz non ha (ancora) palesato alcuna volontà di auto-soggettamento in direzione di Biden, ragion per cui il clima si sta surriscaldando rapidamente lungo la Budapest-Washington.

Il nuovo direttore della Cia

La nomina di William Burns alla direzione della Central Intelligence Agency (CIA) è stata accolta con inquietudine dal governo Orban. Burns, infatti, è un volto conosciuto a Budapest, come ricorda HungaryToday, in virtù della sua visione fortemente critica “del primo ministro Viktor Orban e dell’amministrazione magiara” e delle gravi invettive lanciate all’indirizzo di David Cornstein, ambasciatore degli Stati Uniti in Ungheria dal 2018 al 2020, accusato “di non rappresentare gli interessi americani” nel Paese.

Burns, in un’editoriale per Foreign Affairs datato settembre 2020, aveva tacciato Cornstein di “clientitis nei confronti di Orban, ivi descritto come un “capo autoritario che aggredisce le libertà civili”. Clientitis è un termine gergale con valenza dispregiativa, proveniente dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, utilizzato per descrivere i diplomatici con base all’estero che sarebbero divenuti inidonei al ruolo in quanto stranierizzati, ovvero immersi nel contesto locale a tal punto da dimenticare lo scopo della propria missione.

Non solo Burns

Antony Blinken, colui che subentrerà a Mike Pompeo nella guida del Dipartimento di Stato, è figlio dell’investitore di successo e diplomatico in pensione Donald M. Blinken, un parentado che a Budapest non è passato inosservato. Blinken padre, infatti, oltre ad aver ricoperto il ruolo di ambasciatore degli Stati Uniti in Ungheria, dal 1994 al 1997, è ricordato soprattutto come un amico stretto di George Soros e donatore della Open Society.

Il contributo di Blinken padre alle cause del magnate di origine ungherese è stato tanto vasto e significativo che, nel 2015, gli archivi della Central European University di Budapest sono stati intitolati a suo nome. Il timore del governo Orban è più che legittimo: Blinken padre è legato da un rapporto di profonda amicizia all’arcirivale di Fidesz, mentre Blinken figlio è uno zelota dell’internazionalismo liberale da cui ci si attende che utilizzi il Dipartimento di Stato per promuovere le guerre culturali di Biden.

Segnali premonitori sulla forma che potrebbe assumere l’agenda Biden per l’Ungheria sono stati lanciati anche da Barack Obama e da Hollywood. L‘ex presidente statunitense ha citato Orban fra i capifila del movimento autoritario mondiale che minaccerebbe le democrazie liberali, paragonandolo a Rodrigo Duterte e bollando di “anti-democraticità” l’attuale esecutivo. La stessa accusa, ma espressa più duramente, era stata mossa in piena campagna elettorale dallo stesso Biden, il quale aveva inquadrato i fenomeni Fidesz e PiS nel più ampio contesto dell'”ascesa dei regimi totalitari nel mondo”, suscitando aspre polemiche a Budapest e Varsavia.

Da non sottovalutare, infine, gli screzi fra Orban e Hollywood, il braccio mediatico dell’intelligentsia liberal. Lo scorso ottobre, l’attore e filantropo George Clooney aveva avviato un acceso confronto a distanza con il governo magiaro, conquistando le prime pagine della stampa anglofona, europea e persino italiana. A fare da sfondo, gli interventi di Cuba Gooding Jr, Helen Mirren, Cate Blanchett e altri attori celebri (e influenti) a favore dell’occupazione dell’Accademia di teatro e cinema di Budapest, avvenuta il mese precedente ad opera di studenti contrari ai cambi nel direttivo.

Dalle nomine nei posti-chiave alla mobilitazione di Hollywood, il più importante diffusore di potere morbido degli Stati Uniti, tutto sembra indicare che l’Ungheria di Fidesz dovrà prepararsi all’arrivo di un lungo e gelido inverno.

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