È dal 31 maggio 2010, giorno del celebre incidente della Freedom Flotilla, che lo storico idillio tra Turchia e Israele è stato sostituito da una pace fredda basata sull’alternanza tra schermaglie e riavvicinamenti estemporanei. Il deterioramento delle relazioni bilaterali è stato favorito dal consolidamento del circuito di potere attorno a Recep Tayyip Erdogan, che negli anni ha annichilito il fronte kemalista nel seno delle forze armate, vittima di purghe graduali e sistematiche sin dal 2010, e mosso guerra alle quinte colonne, come la rete transnazionale del predicatore Fethullah Gulen.

Erdogan ha atteso che il rischio di un cambio di regime fosse ridotto al minimo prima di svelare la natura islamista della propria visione nazionale nella sua interezza. A partire dal dopo-golpe del 2016, infatti, hanno subito un impulso considerevole l’agenda domestica basata sulla re-islamizzazione della società – palesata dalla riconversione in moschea di Santa Sofia – e quella estera mirante alla costruzione di uno spazio egemonico nello spazio ex ottomano e nel mondo turcico e alla trasformazione della Turchia nello stato-guida della comunità musulmana mondiale (umma).

Le tensioni fra Turchia e Israele sono aumentate gradualmente, di pari passo con l’incremento del dinamismo turco tra Balcani, Mediterraneo orientale, Africa e Medio Oriente, ma l’apogeo è stato raggiunto negli ultimi dodici mesi. Il 2020, infatti, è stato l’anno della rinascita turca: una nuova bomba migratoria lanciata contro l’Unione Europea fra fine febbraio e inizio marzo, una mini-invasione ai danni della Grecia nella Tracia orientale a fine maggio, l’estate di tensione con Grecia e Cipro, l’avvicinamento all’Iran, l’aumento drammatico della retorica antisionista – accompagnato dai fatti, come un incidente nei pressi di Cipro lo scorso dicembre e un duro manifesto politico del Daily Sabah –, e la riesumazione delle ambizioni di armamento nucleare.

Gli accordi di Abramo, che hanno suggellato la nascita di un’alleanza arabo-israeliana, sono da leggere in questo ampio contesto di conflittualità che sta incendiando la regione MENA (Medio Oriente e Nord Africa) e non solamente in chiave anti-iraniana. L’obiettivo di medio termine dei firmatari, infatti, è il contenimento della Turchia. Erdogan, nella consapevolezza che il mondo musulmano è stato scosso da una rivoluzione diplomatica difficilmente reversibile e che il perseguimento a oltranza dei propri scopi potrebbe condurre ad una situazione di isolamento-accerchiamento, nelle ultime settimane avrebbe affidato a diplomazia e servizi segreti la missione di ricucire le relazioni con Israele (e Arabia Saudita).

Il nuovo ambasciatore

Era dal 14 maggio 2018 che a Tel Aviv era assente un ambasciatore turco. Erdogan, infatti, aveva richiamato in patria, ufficialmente per consultazioni, il rappresentante della diplomazia turca in seguito allo spostamento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme.

Le consultazioni sarebbero divenute la scusante per giustificare un vuoto durato due anni e mezzo – periodo durante il quale quel posto è rimasto vacante e la qualità delle relazioni bilaterali si è abbassata notevolmente – e che potrebbe essere terminato il 9 dicembre, giorno in cui nella lista dei nuovi ambasciatori è comparso il nome di Ufuk Ulutas alla voce “Israele”.

Ulutas, 40 anni, ha studiato lingua ebraica, che padroneggia con disinvoltura, e politiche del Medio Oriente all’Università Ebraica di Gerusalemme. È il presidente del Centro per la Ricerca Strategica del Ministero degli Esteri di Turchia e in precedenza è stato direttore della Fondazione SETA, un centro studi filogovernativo. Ulutas, che è anche un esperto di Iran, ha la fama di persona molto astuta e attaccata alla questione palestinese.

La sua nomina, che, comunque, non è stata ancora ufficializzata né annunciata, in Israele è stata accolta molto freddamente. Ulutas, infatti, oltre a non avere esperienze diplomatiche in quanto politologo di formazione erdoganiana, viene ricordato per una serie di scritti dal carattere fortemente antisionista.

MIT e Mossad dialogano?

La nomina di Ulutas – che non è stata ancora formalizzata – avviene sullo sfondo di uno strano e intenso scambio di cervelli a livello di informazione specializzata e analisi nel campo degli studi strategici, uno scambio consistente nella comparsa di firme israeliane sui canali turchi e viceversa. L’obiettivo dello scambio era chiaro: appaltare ad esperti ed ex militari il compito di illustrare quali interessi comuni e convergenti abbiano Turchia e Israele nel Mediterraneo orientale, nel Caucaso meridionale e in Medio Oriente.

L’evento precursore più importante, però, è di tutt’altra natura: sarebbe un ciclo di tre incontri coinvolgente la dirigenza dell’Organizzazione di Intelligence Nazionale (MIT) e del Mossad, avvenuto nel mese di novembre su iniziativa e richiesta di Ankara. In almeno uno dei tre incontri sarebbe stato presente Hakan Fidan, il direttore del Mit, e l’argomento della discussione sarebbe stato il ritorno al clima di cordialità che ha storicamente connotato le relazioni tra i due Paesi.

L’indiscrezione è stata pubblicata dal sito di analisi Al-Monitor, che sarebbe stato contattato da tre fonti che hanno voluto parlare sotto anonimato, ma non è dato sapere se gli incontri abbiano prodotto risultati. Ad ogni modo, quel che è noto è che, dopo i tre incontri, a cavallo tra fine novembre e inizio dicembre hanno avuto luogo dapprima uno scambio di esperti e poi la nomina di un nuovo ambasciatore a Tel Aviv.

Svolta reale o fittizia?

L’amministrazione Biden sembra intenzionata a ridare centralità in politica estera a temi cari all’internazionalismo liberale quali i diritti umani e lo stato di diritto, ragion per cui gli alleati e i sodali della Casa Bianca che reggono dei regimi dittatoriali, autoritari o illiberali, dopo aver sperato in una rielezione di Donald Trump, stanno correndo ai ripari e preparandosi al cambio di paradigma.

Nel caso di Erdogan, che, nonostante la miriade di successi diplomatici e militari, sta sperimentando una situazione di crescente isolamento diplomatico e accerchiamento sia in Europa che nel Medio Oriente, un riavvicinamento a Israele viene interpretato come uno dei possibili modi con cui ammiccare alla presidenza Biden. In questo contesto andrebbero anche letti i recenti dissapori con Teheran, provocati da alcune dichiarazioni di Erdogan in occasione della Parata della Vittoria a Baku, e i tentativi di porre fine alle ostilità con Riad, palesati dalle bilaterali di fine novembre tra Mevlut Cavusoglu e l’omologo saudita Farhan bin Abdullah Al Saud e tra Erdogan e re Salman.

Erdogan, in breve, non sarebbe mosso da moventi realmente pacificatori nei riguardi di Israele, anche perché neo-ottomanesimo e sionismo sono inconciliabili, ma da un semplice calcolo politico in cui la normalizzazione è un mezzo per un fine. Il The Jerusalem Post, che ha dedicato un approfondimento agli accadimenti degli ultimi trenta giorni, oltre a definire quella di Erdogan come una “falsa riconciliazione”, si spinge anche oltre, bollando come propaganda turca le indiscrezioni sugli incontri segreti tra Mit e Mossad.

Secondo il quotidiano israeliano, quelle voci di corridoio, infondate e non veritiere, sarebbero state messe in circolazione da Ankara con l’obiettivo di inviare un messaggio a Tel Aviv – messaggio, che, però, non è detto che conduca agli scenari prospettati da Erdogan. La Turchia, infatti, oltre ad aver adottato e cristallizzato l’utilizzo di una retorica antisionista, è divenuta il principale sponsor di attori non-statuali avversi a Israele, come la Fratellanza Musulmana e Hamas, ed è coinvolta in uno scontro egemonico con le potenze del mondo arabo. Israele, accettando la proposta di tregua lanciata da Erdogan, minerebbe le fondamenta della rete di alleanze costruita faticosamente negli ultimi mesi, con Grecia e Cipro, e negli ultimi anni, con le potenze del Nord Africa e le petromonarchie. Una normalizzazione in questo preciso momento storico, in pratica, sarebbe più conveniente alla Turchia che a Israele, la cui condizione di accerchiamento è giunta al termine con gli accordi di Abramo e con l’effetto domino da essi prodotto, che ha raggiunto persino il Bhutan.

Erdogan, per convincere la dirigenza israeliana a valutare seriamente una tregua e a invertire l’agenda antiturca del Mossad, dovrebbe offrire molto di più che il ritorno di un ambasciatore, ad esempio l’allontanamento da Teheran, la fine dell’appoggio alla causa palestinese e il troncamento con l’internazionale islamista; fare questo, però, equivarrebbe ad abbandonare i sogni di rinascita imperiale – continuando a vivere in quella condizione permanente di semi-egemonia sottomessa al volere delle medie e grandi potenze regionali dalla quale il presidente turco vorrebbe emanciparsi – ragion per cui è legittimo sostenere che la guerra fredda nascente tra i due Paesi è tutt’altro che chiusa.