Donald Trump vuole riportare in vita la prigione di Alcatraz. Non come museo, ma come carcere per i “peggiori criminali d’America”. Forse perché, nella sua visione dell’ordine, il passato è sempre la soluzione del futuro. Eppure, nel lessico politico del presidente, “The Rock” ha poco a che fare con la logistica e molto con il messaggio.
Situata su un’isola rocciosa a circa 2,4 chilometri dalla costa di San Francisco, “The Rock” fu inizialmente una fortezza militare, poi prigione dell’esercito, e infine penitenziario federale a partire dal 1934. Era l’epoca dei gangster e del crimine organizzato, e Alcatraz venne pensata non tanto come strumento di riabilitazione, quanto come luogo di isolamento totale per detenuti considerati ingestibili. Chi finiva lì era, per definizione, alla fine della linea. La struttura era severa. Celle minuscole, regole ferree, isolamento prolungato e silenzio imposto. L’isola era circondata da acque gelide e da forti correnti che rendevano virtualmente impossibile qualsiasi fuga. Anche per questo Alcatraz divenne nel tempo un simbolo dell’ineluttabilità della giustizia – o della sua versione più dura e spietata.
L’operazione ha un sapore dichiaratamente simbolico. In un’America che Trump continua a descrivere come invasa dalla criminalità e soffocata dal caos urbano – nonostante dati spesso discordanti – Alcatraz torna utile come strumento retorico. Evocare una struttura carceraria dura, isolata e inespugnabile significa parlare direttamente a un elettorato sensibile ai temi della sicurezza e della repressione. Ma c’è di più. Rilanciare Alcatraz è anche un attacco simbolico a San Francisco, roccaforte liberal da anni nel mirino di Trump ma che da Trump si è fatta tentare: secondo i dati del Segretario di Stato della California, oltre il 15% degli elettori della città ha votato per Trump, rispetto al 9,3% registrato alla sua prima candidatura nel 2016. Colpire un’icona della città serve a ribadire il contrasto tra l’America “permissiva” governata dai Democratici e quella “rigorosa” che Trump sostiene di incarnare.
La scelta dell’isola – oggi gestita dal National Park Service e visitata da oltre un milione di persone ogni anno – è tutt’altro che casuale. La proposta su Alcatraz arriva a poche settimane di distanza da un altro attacco federale a una proprietà simbolica della città: a febbraio, Trump aveva proposto tagli all’ente che gestisce l’omonimo parco nazionale situato all’estremità Nord di San Francisco. In una città che cerca ancora di riprendersi dagli effetti della pandemia, la prospettiva di perdere una risorsa turistica cruciale viene vista non solo come un rischio economico, ma anche come una provocazione politica.
Trump, da parte sua, ha alternato toni determinati a parziali retromarce. Dopo aver annunciato l’intenzione di costruire una versione “radicalmente ampliata e ricostruita” della prigione per rinchiudere i criminali “più spietati e violenti” d’America, ha successivamente ridimensionato la proposta come “solo un’idea”, salvo poi rilanciarla di nuovo pubblicamente. Nel frattempo, il direttore del Bureau of Prisons, William K. Marshall III, ha annunciato l’avvio di una valutazione preliminare per determinare le esigenze logistiche e i prossimi passi. Tuttavia, il progetto appare logisticamente complesso e finanziariamente oneroso.
L’originale prigione di Alcatraz chiuse i battenti nel 1963. Tra i suoi prigionieri più noti Al Capone, il famigerato boss di Chicago, trasferito sull’isola nel 1934. Malato di sifilide, Capone perse progressivamente lucidità e passò gran parte della sua detenzione suonando il banjo nella lavanderia della prigione. C’erano poi figure come George “Machine Gun” Kelly, noto per rapimenti e rapine a mano armata, e Alvin “Creepy” Karpis, ultimo “Public Enemy #1” arrestato dall’FBI, che scontò ad Alcatraz la pena più lunga della storia del carcere: 26 anni. La leggenda più controversa è forse quella di Robert Stroud, il “Birdman of Alcatraz”. Reso celebre dal film con Burt Lancaster, era un uomo brillante ma pericoloso. Nonostante il mito, ad Alcatraz non gli fu mai permesso allevare uccelli: visse invece gran parte della sua condanna in completo isolamento. Nonostante tutto, la fama di Alcatraz non si è mai spenta. Anzi, è stata alimentata da decenni di cinema e cultura pop, con film come Fuga da Alcatraz (1979) e The Rock (1996) a consolidarne lo status di mito americano.
Uno dei siti storici più visitati degli Stati Uniti, fu abbandonata proprio a causa dei costi proibitivi: gestirla era quasi tre volte più dispendioso rispetto a una prigione ordinaria, e le infrastrutture richiederebbero oggi una ricostruzione completa. L’isola è priva di acqua corrente, sistema fognario e fornitura elettrica stabile. Le fogne della vecchia prigione scaricavano direttamente nella baia, una pratica oggi vietata dalle normative ambientali. Il sistema elettrico è obsoleto, e ogni materiale da costruzione dovrebbe essere trasportato via mare – una sfida logistica che si complicherebbe ulteriormente in un contesto di costi edilizi elevati.
C’è infine la questione dell’accesso: l’unico collegamento regolare con l’isola è garantito da traghetti che partono dal Pier 33, un molo sotto la giurisdizione del porto di San Francisco. Questo è gestito da funzionari nominati dal sindaco, i quali potrebbero bloccare qualsiasi collaborazione con l’amministrazione federale. Alla richiesta di commento, il porto non ha fornito risposta. Nel piano delineato da Trump, diverse agenzie federali – tra cui l’FBI, il Dipartimento di Giustizia, il Bureau of Prisons e il Dipartimento per la Sicurezza Interna – sarebbero chiamate a sviluppare progetti per una versione radicalmente ampliata e modernizzata della celebre prigione: un caos da burocrazia elefantiaca.
Ma la fattibilità, in questo caso, è secondaria. Il rilancio di Alcatraz non è una proposta operativa: è teatro politico. Serve a dominare il ciclo mediatico, a polarizzare il dibattito, a rafforzare l’identità di un elettorato fedele. In questo senso, funziona perfettamente. E mentre le autorità locali promettono resistenza e i turisti continuano a imbarcarsi per visitare la prigione storica, Trump ha già ottenuto ciò che voleva: il centro della scena.
Tuttavia, non tutti concordano sulla storica isola nella baia di San Francisco come sede ideale. L’ex agente speciale dell’FBI Jonathan Gilliam, intervenuto su Fox News Digital, ha avanzato un’alternativa provocatoria: trasferire il progetto sull’isola di San Clemente, al largo della costa californiana. Attualmente impiegata dalla Marina degli Stati Uniti come base d’addestramento, anche per i Navy SEAL, San Clemente è un’isola remota accessibile esclusivamente via mare o aria, a circa 130 chilometri da San Diego. Secondo Gilliam, l’isolamento geografico sarebbe un potente dissuasore per eventuali detenuti. “Non ci vorrebbero andare, perché là non c’è nulla”, ha dichiarato. “Solo la solitudine farebbe crollare molti di loro. Nessuno può sentire le urla laggiù”.
Gilliam ritiene che, per costi simili – se non inferiori – rispetto a quelli di una ricostruzione su Alcatraz, San Clemente offrirebbe un sito perfetto per una nuova struttura di massima sicurezza. L’elemento cruciale, a suo parere, resta l’inaccessibilità: “Alcatraz faceva paura perché non si poteva fuggire. Era il carcere dei peggiori criminali. Finché questo concetto sopravvive, l’effetto deterrente è assicurato”.
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