La linea politica estremamente pragmatica e muscolarista di Ankara nel Mediterraneo orientale sta iniziando a dare frutti, soprattutto nel fronte greco. Il governo di Atene, infatti, ha annunciato di essere pronto ad intavolare negoziati con le controparti turche per rivedere la delimitazione delle zone economiche esclusive (ZEE). Sebbene l’esito di tale volontà collaborativa non sia del tutto scontato, perché molto dipenderà dalle prossime mosse che la Turchia sceglierà di compiere, si tratta di un segnale importante: la Grecia sta cedendo alle pressioni.

Atene pronta a negoziare

Il 21 giugno, il ministro dell’energia greco, Kostis Hatzidakis, ha dichiarato che il suo governo è pronto a dialogare con Ankara e ad aprire un tavolo negoziale inerente la delimitazione delle ZEE tra i due paesi. La presa di posizione avviene sullo sfondo delle crescenti tensioni con il il sempre più ostile vicino anatolico, che hanno portato la diplomazia ateniese a vagliare la possibilità di formare un fronte anti-turco con la Russia e/o con Israele per via del silenzio dell’Alleanza Atlantica e dell’Unione Europea.

Hatzidakis, che si è affidato a Twitter per velocizzare la diffusione del messaggio, ha spiegato che “se la Turchia vuole fare un accordo simile a quello che la Grecia ha fatto con l’Italia, noi siamo qui [pronti] a discuterlo. Ma, se così non è, il governo Mitsotakis ha reso chiara la propria posizione sia su Evros che su EastMed. In nessun modo lasceremo il nostro paese senza difese”.

L’apertura è stata accolta caldamente da Ankara che, per voce dell’ambasciatore turco ad Atene, Burak Ozugergin, ha espresso la propria disponibilità ad avviare i negoziati, ma ad una condizione: che non vi siano terze parti ad intromettersi con il pretesto della mediazione. In pratica, la Turchia chiede che la questione delle dispute territoriali resti un affare da risolvere bilateralmente.

Ozugergin, comunque, ha ribadito che accettare la richiesta di dialogo proveniente da Atene non implica un abbandono automatico dei piani di Ankara nel Mediterraneo orientale, in riferimento alle trivellazioni nello spazio marittimo di Cipro Nord e alle rivendicazioni di sovranità su alcune isole greche, perché la Turchia è “un paese che dice sempre ciò che fa e fa ciò che dice”.

L’accomodamento contro le cannoniere

Nei giorni precedenti allo scambio di battute fra Hatzidakis ed Ozugergin, il capo della diplomazia turca, Mevlut Cavusoglu, aveva suscitato l’ira dell’esecutivo ateniese e, in particolare, degli alti comandi delle forze armate, per via di alcune dichiarazioni fatte in merito la questione delle isole contese. Secondo Cavusoglu “non tutte le isole possono disporre di una piattaforma continentale. In particolare, quelle isole che si trovano lontano dalla terraferma e sono vicine alla Turchia non possono avere una piattaforma continentale. Un’isola di soli 500 abitanti che si trova a 2 chilometri dalla costa turca e a 570 chilometri dalla terraferma greca [ndr. Kastellorizo] non può generare una zona marittima di 40mila chilometri quadrati”.

Il ministero della difesa greco aveva reagito alle affermazioni, sostenendo che Atene fosse pronta ad utilizzare ogni mezzo necessario per difendere i propri interessi nazionali, inclusa la forza militare. Parole che sono state, presto, smentite dai fatti: nella consapevolezza di non godere di alleati disposti a sfidare la Turchia, la Grecia ha abbassato la retorica militarista in favore della tradizionale linea dell’accomodamento.

A poco più di un mese di distanza dalla micro-invasione di un lembo di terra di 1,6 ettari nei pressi della città di Feres, sul fiume Evros, preceduta dalla crisi migratoria di fine febbraio-inizio marzo, scatenata da Erdogan come rappresaglia nei confronti dell’Unione europea per via del mancato supporto diplomatico sulla questione di Idlib, la Turchia ha mostrato, ancora una volta, che la diplomazia delle cannoniere prevale sempre sulla politica dell’accomodamento.

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