Con l’ultima missione in Medio Oriente, Jared Kushner, genero e senior advisor del presidente degli Usa Trump, tenterà di blindare i risultati dell’amministrazione americana degli ultimi mesi. Pressione e contenimento dell’Iran, ruolo centrale di Israele come forza “contenitrice” e fine dell’ostracismo contro il Qatar a guida saudita, sarebbero i punti caldi dell’atto finale della politica estera a firma Trump. La visita arriva poco dopo un tour post-elettorale statunitense nella regione del Segretario di Stato americano Mike Pompeo, che, secondo fonti israeliane, includeva un incontro senza precedenti tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e Mohammad bin Salman nella città saudita di Neom.

La crisi del Qatar

La visita arriva in un momento non casuale, ma in un frangente in cui Riad, nelle ultime settimane, ha mostrato più flessibilità che in passato, prendendo in parte le distanze dal suo principale alleato nel Golfo (gli Emirati), favorevoli alla linea dura contro il Qatar: un’apertura per presentarsi (quasi) impeccabili al cospetto di Biden ed un successo per Trump, che edulcorerebbe l’amara transizione post-elettorale.

Kushner, che in questi anni è stato la longa manu di Washington nell’area, ripropone in queste ore il suo ruolo di ago della bilancia nell’intricata vicenda del Qatar. Uno degli obiettivi principali del viaggio è cercare di persuadere i Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo a porre fine al blocco triennale contro Doha. Kushner vuole anticipare qualsiasi mossa da parte dell’amministrazione democratica entrante e impedire che la squadra del presidente eletto possa minare eventuali questioni in sospeso. Tuttavia, il momento non sembra essere particolarmente favorevole per la conclusione della vicenda: il Qatar non sembra optare per alcun nuovo passo per ricostruire la fiducia con i suoi vicini e sembra attendere e scommettere sulla nuova, presunta, rotta della nuova amministrazione statunitense.

Sono in molti a ritenere che la missione di Kushner voglia anche porre rimedio alla risposta inizialmente incoerente di Trump alla crisi del Golfo, avvenuta durante il suo primo anno di mandato. I critici affermano che le dichiarazioni di Trump hanno incoraggiato in passato l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, non riuscendo a smorzare la vicenda sul nascere. Allo scoppio della crisi, infatti, lo stesso Trump aveva quasi avallato la logica di affrontare e isolare il Qatar, posizioni poi intiepidite anche per via del suo entourage al Dipartimento di Stato e alla Difesa.

Il nodo saudita

Appena è arrivato in Arabia Saudita lunedì, Kushner ha iniziato a lavorare per appianare alcune vicende minori riguardanti le relazioni ancora complesse tra Israele e Sauditi, soprattutto in merito ai voli israeliani nello spazio aereo di Riad. Dopo i colloqui con il consigliere senior della Casa Bianca, l’Arabia Saudita ha accettato di lasciare che gli aerei di linea israeliani attraversassero il suo spazio aereo in rotta verso gli Emirati Arabi Uniti. L’accordo è stato stipulato poche ore prima che martedì mattina fosse programmato il primo volo commerciale di Israele per gli Emirati Arabi Uniti. Il volo israeliano rischiava di essere cancellato senza un accordo di sorvolo. I voli diretti sono un annoso corollario degli accordi di normalizzazione che Israele ha raggiunto quest’anno con Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Sudan.

La riuscita dell’atto finale della dottrina Trump dipende molto dalle prossime mosse saudite: una svolta o una concessione saudita nella crisi del Golfo potrebbe concedere all’amministrazione Trump una vittoria d’addio cercando di ammorbidire la linea e le pretese dem sui temi dei diritti umani. Quando si ipotizzano possibili concessioni, queste potrebbero riguardare la restituzione dei diritti di sorvolo sauditi in Qatar. Doha aveva in precedenza citato in giudizio i paesi bloccanti sulla questione, accusandoli di violare una convenzione che regola il libero passaggio dei suoi aerei passeggeri attraverso lo spazio aereo straniero, ottenendo l’appoggio delle Nazioni Unite.

Israele, pivot mediorientale

Il progressivo disimpegno, almeno in prima linea, dell’amministrazione americana nello scacchiere mediorientale, unitamente all’indebolimento dei Paesi arabi, fa di Israele un perno fondamentale per Washington. Non è certo una novità questa, tuttavia, gli equilibri attuali attestano Israele come prima potenza assoluta nell’area: il Paese normalizza con l’estero e l’estero è alla ricerca spasmodica di questa normalizzazione. Questo aspetto allarga a dismisura la delega in bianco che Washington concede da tempo immemore alla controparte israeliana. Negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno supervisionato gli accordi tra Israele e Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Sudan, e Kushner è più che mai in prima linea per garantire una normalizzazione piena dei legami tra Riad e Tel Aviv. Non a caso, infatti, il team che lo accompagna nella missione ha incluso gli inviati in Medio Oriente Avi Berkowitz e Brian Hook, nonché Adam Boehler, amministratore delegato della US International Development Finance Corporation, protagonisti degli accordi di normalizzazione israeliani e non coinvolti direttamente nelle trattative legate alla Crisi del Golfo.

Nuova linfa a questi rapporti potrebbe provenire dal nuovo Segretario di Stato Anthony Blinken: come Biden, Blinken ha stretti legami con il Paese, frutto di un lungo sostegno allo Stato ebraico e della propria storia personale. Blinken più volte ha affermato che la prossima amministrazione Biden non condizionerà gli aiuti a Israele a scelte politiche, che manterrà l’ambasciata a Gerusalemme e che sosterrà fortemente Israele alle Nazioni Unite, che ripetutamente puntano il dito contro le violazioni dei diritti umani nei territori occupati.