Gli incontri, da soli, non bastano a ridare centralità nel dossier libico. L’Italia ha notato, a sue spese, come nel Paese nordafricano a contare maggiormente siano i supporti di natura militare. Fayez Al Sarraj più volte ha ripetuto come, a fronte delle minacce e delle operazioni volute da Khalifa Haftar, soltanto la Turchia abbia agito in sua difesa. Ankara, come si sa, ha inviato sul campo militari ed armi, oltre che a milizie prelevate dalla Siria. L’Italia non può e non vuole dare questo tipo di sostegno. Ma, ed è questo l’ultimo retroscena emerso, si potrebbe procedere con una vera e propria via di mezzo: una missione delle Nazioni Unite.

Il modello della missione Unifil

In tal modo l’Italia darebbe il suo apporto anche al di là di quello politico, metterebbe più uomini sul campo ma con il “cappello” dell’Onu. Una proposta che, affermano fonti diplomatiche da Tripoli, avrebbe già il parere positivo di Fayez Al Sarraj. Il modello a cui Roma potrebbe fare riferimento, è quello della missione Unifil in Libano. Si tratterebbe di un’operazione dunque comandata dall’Italia, proprio come nel Paese dei cedri. Qui la missione sopra citata è in vigore dal 2006, a seguito del cessate il fuoco tra Hezbollah e l’esercito israeliano e funge da forza di interposizione tra il confine libanese e quello dello Stato ebraico.

L’idea del governo italiano è quella di creare una forza in grado di evitare nuovi scontri tra le parti in Libia. Una linea certamente ambiziosa, tuttavia di difficile attuazione. Se da un punto di vista politico potrebbe avere il via libera delle stesse parti libiche, è a livello pratico che occorre capire la sua fattibilità. Giuseppe Conte, in questo lunedì ad Ankara, ne parlerà probabilmente con Erdogan mentre, dall’altro lato, il ministro degli esteri Luigi Di Maio ne parlerà a Tunisi con il governo locale. Si cercano sponde, anche in vista della conferenza di Berlino che, stando alle ultime notizie, dovrebbe tenersi il prossimo 25 gennaio. Ma, ancora una volta, l’impressione è che si è davanti ad un’importante corsa contro il tempo. Anche perché il contesto libico è molto diverso da quello libanese: nel 2006 è stato necessario frapporsi lungo un confine ben definito, confine che nel paese nordafricano non appare altrettanto marcato ed individuabile.

Primi spostamenti di militari

Così come si apprende su Il Messaggero, il ministero della Difesa già nelle prossime settimane potrebbe intraprendere alcuni importanti spostamenti di truppe per rinforzare proprio il contingente in Libia. Nel Paese nordafricano al momento ci sono circa 300 uomini, molti dei quali impegnati a Misurata presso il locale ospedale militare sorto nell’estate del 2016, durante l’avanzata anti Isis delle locali milizie a Sirte. Da Roma potrebbe arrivare il via libera per togliere uomini da altre missioni ed avvicinarli al contesto libico, aumentando il personale anche in Somalia e Niger. Decisioni che sembrano confermare la volontà di preparare il terreno ad un’eventuale missione Onu in Libia.

Come detto in precedenza, la strada sotto questo profilo appare in salita. Ma contribuisce a sottolineare come si è oramai presa consapevolezza, anche da parte italiana, che la strada della diplomazia e dei continui incontri tra una capitale europea e mediorientale e l’altra non risolve i problemi. Né libici e né tanto meno italiani.