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L’Europa esce da questa guerra in Ucraina come una delle principali vittime politiche. Qualsiasi discorso sull’autonomia strategica e sulla difesa comune è stato accantonato di fronte a un’Alleanza Atlantica apparse nettamente più dinamica e in grado di dirigere le questioni strategiche. E con gli Stati Uniti ad avere prima avvertito dell’imminenza del conflitto e dell’impossibilità e poi ad avere dettato la linea sul sostegno a Kiev e sulle sanzioni. A questo, si deve aggiungere poi la debolezza dimostrata dall’Unione europea di fronte alle conseguenze delle sanzioni imposte alla Russia. Gli effetti economici delle misure contro Mosca hanno rischiato e rischiano di ritorcersi contro le stesse economie del continente, costringendo quindi tutti i governi (e la stessa Bruxelles) a ribadire la necessità di contromisure in grado di evitare questo disastroso effetto boomerang.

Lo sganciamento dalla dipendenza energetica dal Cremlino ha poi confermato l’incapacità e la miopia dei Paesi europei che non hanno saputo negli anni creare delle reti in grado di provvedere alla possibilità di blocchi da parte dei fornitori internazionali. Infine, la diplomazia del conflitto – in particolare per una possibile mediazione tra Russia e Ucraina – è stata completamente estromessa dai corridoi delle principali capitali europee per lasciare spazio a Paesi terzi, in primis quella Turchia che già interpreta il ruolo di membro “indipendente” della Nato.  L’asse franco-tedesco, che aveva provato con scarsi risultati a dialogare con Vladimir Putin prima dell’invasione e nelle settimane successive, si è completamente arenata. E nel frattempo le leadership dei più importanti Stati membri si sono indebolite o sono anche cadute lasciando che fossero altri blocchi, come quello dell’Europa orientale, a rimanere saldi nelle loro linee di governo. Il quadro è nettamente complesso, e si aggiunge a una crisi in corso già da diversi anni e che la pandemia di Covid ha ulteriormente accelerato.

Una crisi non solo economica, come dimostrato da diversi indici, ma soprattutto politica. Prima vi era stata la questione migratoria, in cui l’Ue aveva mostrato tutte le sue divisioni e debolezze senza riuscire a costruire un fronte comune per tutelare i confini. Bruxelles in larghi tratti del suo recente percorso è apparsa come una capitale vuota, incapace di prendere in mano le redini di un progetto continentale di natura politica e culturale. La Brexit ha fatto perdere all’Ue uno dei suoi elementi più difficili ma allo stesso tempo pregiati: il Regno Unito. E molti altri Paesi hanno manifestato un malcontento generalizzato che si è spesso tradotto in un voto di movimenti euroscettici o cosiddetti “populisti”.

Il campanello d’allarme, risuonato da diverse parti e per diversi problemi, ha trovato poi come visto nella guerra in Ucraina il suo più tragico grido di dolore. Gli Stati Uniti hanno fatto capire di avere ancora saldamente in mano l’Occidente pur con una amministrazione debole e dopo un’altra, quella Trump, profondamente “antieuropea”. La Cina si è allontanata dai radar del Vecchio Continente dopo il Covid, ma questo non deve fare dimenticare gli investimenti e gli enormi accordi economici siglati con Pechino che negli anni precedenti avevano sollecitato i più chiari avvertimenti di Washington. Infine, la Russia ha in qualche modo fatto intendere di sapere come regolare la vita di una parte consistente del Vecchio Continente, provocando già solo con il flusso di gas delle conseguenze sensibili sulla vita di milioni di cittadini europei. Di fronte a questo, l’Europa sembra dover rispondere continuamente a un’ultima chiamata prima di un disastro che appare sempre più evidente. La perdita di leadership e di soggettività politica è un tema che si è cristallizzato ma da cui non sembra esserci una prossima via d’uscita. Le crisi di tutti i governi Ue hanno anzi confermato una tendenza abbastanza consolidata. L’economia arranca. E sotto il profilo internazionale, i poli del mondo appaiono sempre più quelli di Pechino e Washington, con Mosca che prova a scalfire questo duopolio e con altre capitali, a partire da Ankara e Londra, che cercano – e molto spesso riescono – di dettare le regole dall’esterno.

 

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