Rinchiuso in una stanza di tre metri per tre, guardato a vista da due poliziotti, senza internet né televisione, l’ex presidente brasiliano Lula sta affrontando la sua condanna a dodici anni di galera. Tutto questo nonostante l’emersione di sempre nuovi dettagli, prima fra tutte l’inchiesta di The Intercept del giugno scorso, che danno credito alla tesi del “golpe giudiziario” funzionale alla condanna di Lula per corruzione nell’inchiesta Lava Jato. Lo si può affermare senza negare che, dallo scandalo Odebrecht in avanti, il sistema di potere del Partito dei Lavoratori brasiliano si sia dimostrato vulnerabile a corruttele, influenze criminali e commistioni col potere economico.
L’inchiesta però è andata oltre gli argini, portando prima all’impeachment della presidentessa Dilma Rousseff, non coinvolta direttamente dalle indagini, e poi all’incarcerazione di Lula nel momento in cui si preparava al ritorno in campo nelle presidenziali del 2018. Elezioni che hanno visto il suo Partito dei Lavoratori sconfitto da Jair Bolsonaro e dalla sua agenda securitaria, liberista e, soprattutto, giustizialista, al termine di una campagna costruita sulle accuse contro Lula e i suoi collaboratori. La nomina da parte di Bolsonaro dell’ex pm di Lava Jato, Sergio Moro, a “superministro” della Giustizia e della pubblica sicurezza rappresenta una sorta di saldatura tra vecchio corso giudiziario e nuovo corso politico.
Lula, incarcerato nel momento in cui la sua popolarità aveva raggiunto nuove vette record e in cui la sua vittoria alle presidenziali appariva scontata, è recentemente tornato a far sentire la sua voce in un’intervista a tre giornalisti che lo hanno incontrato in carcere: Mauro Lopes e Paulo Moreira Leite di Brazil 24/7e Pepe Escobar di Asia Times. Lula ha parlato a tutto campo del suo passato da presidente, delle sfide affrontate, degli incontri con i maggiori protagonisti della politica globale e, al tempo stesso, della sua diversità dall’attuale presidente. In una fase che vede la popolarità di Bolsonaro in costante calo e gli incendi amazzonici scoperchiare il vaso di Pandora del sistema industriale brasiliano, Lula va all’attacco e mira a ripresentarsi come leader di statura internazionale.
Lula rivendica le sue politiche
Escobar ha riassunto in una serie di articoli le sue conversazioni con l’ex presidente, focalizzandosi in particolare sui frangenti in cui Lula segna il suo distacco da Bolsonaro. Lula ha sottolineato il suo ruolo di riferimento al vertice della Conferenza delle Parti (Cop-15) sui cambiamenti climatici a Copenaghen nel 2009 e la sua ostilità ai fazendeiros che oggi sostengono l’establishment della destra brasiliana e si lanciano a viso aperto all’assalto dell’Amazzonia: “Non è necessario abbattere un singolo albero in Amazzonia per coltivare semi di soia o per il pascolo del bestiame. Se qualcuno lo sta facendo, è un crimine – e un crimine contro l’economia brasiliana”. Non solo, ha raccontato la storia interna di come sono proseguiti i negoziati e di come è intervenuto per difendere la Cina dalle accuse statunitensi di essere il più grande inquinatore del mondo.



