Lula o Bolsonaro? Brasile al voto con l’ombra dell’ingerenza USA

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Il Paese più grande e più popoloso dell’America Latina affronterà tra pochi giorni il primo turno di un appuntamento elettorale destinato a produrre un impatto significativo nell’intera regione. Il prossimo 4 ottobre, infatti, più di 158 milioni di brasiliani dovranno scegliere tra l’attuale presidente Luiz Inácio Lula da Silva — che punta al suo quarto mandato — e il senatore Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, in carcere per il tentato golpe orchestrato contro lo stesso Lula. Due candidati la cui contrapposta postura ideologica si manifesta anche nel diverso modo di relazionarsi al potente vicino del Nord, gli Stati Uniti. Come ha sottolineato la giornalista Inna Afinogenova, direttrice di Canal Red America Latina, «Lula non si trova di fronte solo a un candidato con una visione di Paese completamente diversa: ha davanti tutto un ecosistema di poteri articolati dall’interno e dall’esterno — poteri economici che usano i dazi come arma, poteri mediatici che fabbricano narrazioni, poteri algoritmici che modellano le percezioni e una macchina internazionale decisa a favorire la sua sconfitta». Il gigante latinoamericano, dunque, è alla vigilia di una competizione elettorale estremamente serrata che lo vede diviso in due blocchi polarizzati e consolidati, con il rischio di un livello di interferenze «critico» da parte di Washington, secondo quanto segnalato dalla stessa intelligence brasiliana.

Prosperity Partnership, il piano per cedere le terre rare agli Stati Uniti

«Il Brasile non sta nel cortile di nessuno. La nostra sovranità e la nostra democrazia appartengono al popolo brasiliano e nessuno deciderà il nostro destino al posto nostro», ha ribadito Lula appena pochi giorni fa, durante il suo discorso di apertura dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Parole che intendono riaffermare la sovranità nazionale contro ogni mira del potente vicino nordamericano e rimarcare contestualmente la distanza con il suo diretto avversario nell’agone elettorale. 

L’opposizione bolsonarista starebbe infatti lavorando a un’integrazione radicale con l’apparato industriale e di difesa degli Stati Uniti. È quello che emerge da un documento di 22 pagine — la cui esistenza è stata rivelata dal  sito Amado Mundo — intitolato Prosperity Partnership ed elaborato lo scorso marzo da André Marinho, alleato di Bolsonaro e candidato governatore di Rio de Janeiro. Si tratta di un piano che dettaglia la strategia per una partnership mineraria tra Brasile e Stati Uniti sotto un eventuale governo Bolsonaro e che è focalizzato sull’estrazionedi terre rare e minerali critici nel Paese latinoamericano da parte di Washington. La proposta suggerisce che la nazione sudamericana potrebbe diventare un hub fondamentale per le catene di approvvigionamento occidentali nei settori strategici della difesa e dell’intelligenza artificiale, allineandosi nettamente con gli interessi americani per contrastare l’egemonia della Cina.Tra i vantaggi per il Brasile ci sarebbero l’avanzamento «nella catena del valore», l’attrazione di «capitale occidentale di lungo termine», la creazione di posti di lavoro «altamente qualificati» nell’industria e una maggiore influenza geopolitica.

Il memorandum — che, secondo quanto sostiene il suo autore, non sarebbe stato presentato a nessuna autorità americana — è stato redatto il 19 marzo di quest’anno, circa due settimane prima che lo stesso Marinho viaggiasse negli Stati Uniti per incontrare J.D. Vance. Sette settimane dopo, a maggio, è toccato allo stesso Bolsonaro recarsi a Washington per un colloquio con il vicepresidente americano e con Donald Trump. Ma le sinergie con l’amministrazione americana non si sarebbero limitate solo a questo. 

Il denaro di Vance su Bolsonaro, «il più grande scandalo di queste elezioni»

Renan Santos, candidato presidenziale del partito Missão, ha denunciato che Rockbridge Network — organizzazione politica e rete di donatori conservatori americani, fondata nel 2019 da Vance insieme all’editore conservatore Chris Buskirk e legata alla Silicon Valley — starebbe supportando economicamente la campagna di Bolsonaro. Finanziamento che, secondo la giornalista Natalia Viana, «potrebbe rappresentare il più grande scandalo di queste elezioni», dato che l’ingresso di fondi internazionali nelle campagne elettorali in Brasile è assolutamente vietato.

Il trasferimento diretto di risorse finanziarie da parte di una potenza straniera sarebbe peraltro solo l’anello mancante — ed evidentemente il più grave — del piano di interferenze statunitensi nelle elezioni brasiliane denunciato dall’Agenzia Brasiliana di Intelligence (ABIN) e che comprenderebbe anche l’adozione di misure coercitive, come l’imposizione di dazi del 25% sulle esportazioni del paese e la designazione di gruppi criminali locali — il Primeiro Comando da Capital (PCC) e il Comando Vermelho (CV) — come organizzazioni terroristiche. Mosse interpretate da alcuni analisti come strumenti per favorire la narrazione elettorale di Bolsonaro. 

Tentativi di condizionamento simili si sarebbero verificati anche in altri paesi della regione. Un caso su tutti quello della Colombia, come ha denunciato più volte Gustavo Petro in riferimento all’appuntamento elettorale dello scorso giugno in cui ha trionfato Abelardo De la Espriella, il candidato gradito a Washington e Tel Aviv. L’ex presidente colombiano di recente ha messo in guardia sul fatto che quanto accaduto nel suo paese potrebbe ripetersi nelle prossime elezioni generali in Brasile o in quelle di medio termine in Messico. E quanto emerge dalle ultime rivelazioni della stampa sembrerebbe dargli ragione.

Gli ultimi sondaggi non hanno subito variazioni sostanziali e delineano un testa a testa tra Lula e Bolsonaro. Si prevede un finale al cardiopalma in cui la scelta tra i due candidati sarà in definitiva quella tra un progetto di autonomia strategica e un modello di integrazione subordinata agli interessi nordamericani.