Morto un Russiagate se ne fa un altro. Soprattutto se la “vittima” collabora. Il nuovo scandalo politico che arruffa le penne a Donald Trump è tutto qui. L’appassionante storiella del “presidente complice dei russi” è stata affondata dal ridicolo e dalle sentenze dei tribunali. Ma i democratici non potevano affrontare un anno e mezzo di campagna elettorale presidenziale (gli americani andranno a votare il 3 novembre del 2020) senza far nulla. Mettiamoci nei loro panni. Trump si gode la visibilità e i vantaggi della Casa Bianca, l’economia tira e l’opinione pubblica è spaccata. Il Partito democratico ha prodotto un gruppo di candidati diviso tra un personaggio molto noto ma anche molto istituzionale come Joe Biden (un veterano di Washington che per otto anni è stato il vice di Barack Obama) e una serie di outsider anche simpatici e di valore (Elizabeth Warren, Kamala Harris, Pete Buttigieg…) ai quali sembra però preclusa una vera corsa alla presidenza. Per tante evidenti ragioni: posizioni troppo liberal, mancanza di denaro, scarsa notorietà. Per non parlare del fatto che, come già successe a Bernie Sanders con Hillary Clinton, l’apparato del Partito democratico tenderà a favorire il notabile Biden e non certo loro.

Ci voleva un colpo di scena. E il secondo Russiagate l’ha regalato ai democratici lo stesso Trump, con l’infelicissima telefonata del 25 luglio scorso a Volodimir Zelenskij, l’attore che un paio di mesi prima era diventato presidente dell’Ucraina raccogliendo il 73% delle preferenze e infliggendo al predecessore, Petro Poroshenko, un’umiliazione con pochi precedenti. La conversazione, vista da fuori, a tratti è anche spassosa. Trump fa il gradasso, gigioneggia, la mette sul tono “io sono la grande America e tu sei la piccola e disastrata Ucraina”. Fa notare quanto siano stati buoni gli Usa ad aiutare gli ucraini, non come quei ciarlatani degli europei. Poi, a un certo punto, pronuncia la frase che conta. Questa: “Fammi un favore. Si parla molto del figlio di Biden, che Biden fermò l’indagine e molte persone vogliono sapere, così tutto quello che puoi fare con il procuratore generale sarà grandioso. Biden è andato in giro a dire che aveva bloccato l’indagine, quindi se puoi darci un’occhiata. A me sembra orribile”.

Per capire bene di che cosa si tratta, serve un passo indietro. Nella primavera del 2014 Hunter Biden, figlio di Joe, viene assunto da una grande azienda ucraina del settore energetico, Burisma, come responsabile dell’ufficio legale e dei rapporti internazionali. Incarico che ha lasciato solo all’inizio di quest’anno e che, secondo fonti Usa, gli veniva compensato con la bella cifra di 50 mila dollari al mese. Non è chiaro qual competenze potesse avere un giovane avvocato di New York come lui in fatto di industria del gas e leggi dell’Ucraina, ma non importa. La telefonata di Trump è rivoltante perché non c’è traccia, né in Ucraina né altrove, di indagini a carico di Hunter Biden. E di fatto, ciò che il presidente fa è bullizzare un altro presidente, nel caso specifico Zelenskij, perché raccolga un po’ di fango da gettare addosso a Biden padre, il più accreditato a contendergli la presidenza nel 2020. In più, più o meno in quelle settimane, Trump fece sospendere un pacchetto da 500 milioni di dollari di aiuti all’Ucraina. Anche se poi i soldi arrivarono ugualmente a Kiev in settembre, c’è chi sospetta che la sospensione fosse destinata a intimorire Zelenskij e a spingerlo a compiacere alle richieste di Trump.

Per tutto questo i democratici ora vogliono aprire l’indagine che dovrebbe portare alla procedura di impeachment. Esultano. Fallito il Russiagate, possono provarci con l’Ukrainegate. Trump se la caverà comunque. La Camera dei rappresentanti, dove i democratici hanno la maggioranza, nelle procedure di impeachment è l’accusa. Ma il giudice è il Senato, dove i repubblicani hanno 53 seggi su 100. Fine dell’impeachment.

Però lo scandalo starà in prima pagina fino alle prossime elezioni, che è poi ciò che preme davvero ai democratici.

Ma questa, a ben vedere, è la parte che interessa agli elettori americani. A noi, ai non americani, interessano altre cose. Intanto, il gioco delle parti. Donald Trump, per anni descritto come un lacchè di Vladimir Putin, chiede aiuto a un presidente ucraino che tutto è (ovviamente) tranne che compiacente con il Cremlino; mentre Biden figlio trova lucroso ingaggio presso un petroliere, Mykola Zlochevsky, proprietario di Burisma attraverso la Brociti Investments Company con sede a Cipro, che era un alleato dell’ex presidente filorusso Viktor Janukovich (quello contro cui si sollevò la rivolta di Maidan), che nel 2010 grazie a Janukovich divenne ministro dell’Energia dell’Ucraina e che nel 2014, dopo la fuga di Janukovich, pensò bene di fare come lui: scappare.

Quello era il giro. Oltre a chiederci perché il figlio (Hunter Biden) del vice-presidente degli Usa (Joe Biden) sentisse la necessità di trovare lavoro nel settore più discusso e corrotto della corruttissima Ucraina, possiamo fare un’altra riflessione. Hunter entra in Burisma nel 2014, dopo la rivolta di Maidan, un mese dopo la riannessione della Crimea da parte della Russia e quando è già partita la guerra nel Donbass. Nello stesso periodo suo padre Joe, quale braccio destro di Obama, è la punta di lancia dell’amministrazione Usa nei rapporti con l’Ucraina, e lo sarà fino all’avvento di Trump. Non lo trovate strano? Perché Burisma, è ovvio, poteva avere un forte interesse ad arruolare, in quel momento, il figlio del vice-presidente Usa, per ragioni di prestigio e forse di protezione. Ma che interesse aveva Hunter Biden a prestarsi a quel gioco?

Tanto più che i Biden, sia il padre sia il figlio, ora dicono di non aver mai parlato di Burisma né di argomenti collegati, se non qualche rara volta e di striscio. Il che vorrebbe dire che il vice-presidente Usa, che si occupa di Ucraina, ha un figlio in alto loco nel settore energetico dell’Ucraina, da sempre cruciale per il Paese, ma non gli chiede mai niente. E il figlio, che lavora in Ucraina mentre c’è la guerra nel Donbass e lo scontro con la Russia, non si confronta mai con il padre, che è “solo” vice-presidente degli Usa e addetto alle politiche della Casa Bianca con l’Ucraina e la Russia. Per credere a una simile panzana dovremmo avere tutti scritto “giocondo” sulla fronte, e forse nemmeno basterebbe.

Per cui ci troviamo messi così. Da un lato Donald Trump con le sue telefonate da vomito. Dall’altro Joe Biden con i suoi “non c’ero e se c’ero dormivo” da vomito. E stiamo parlando del vertice non della politica americana ma, peggio, del potere esecutivo dell’unica superpotenza mondiale. E se questo è il modo in cui la Casa Bianca, quella di Obama come quella di Trump, tratta le grandi crisi internazionali, l’unica soluzione è fare quanti più scongiuri possiamo e incrociare le dita.