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La situazione si è di fatto ribaltata. A leggere le ultime dichiarazioni provenienti dalle varie cancellerie internazionali, la crisi dei migranti in Bielorussia ha radicalmente trasformato lo scenario politico. Da Bruxelles non si stanno levando voci di condanna sull’invio da parte della Polonia di dodicimila soldati lungo le frontiere. Mentre, al contrario, dal Cremlino stanno arrivando inviti al rispetto dei diritti umani e sull’importanza di garantire l’integrità dei migranti. Un ribaltamento che sa tanto di paradosso. Ma c’era da aspettarselo. Se è vero da un lato che l’Ue è sotto ricatto, è altrettanto vero che Bruxelles si è resa ricattabile con le sue ultime politiche migratorie mai chiare e mai realmente volte alla difesa dei confini. Che oggi, con non poco affanno, si sta cercando di chiedere per Polonia e Lituania, i due Paesi più in difficoltà dall’apertura della rotta bielorussa.

Turchia e Libia, i due precedenti che hanno incoraggiato Minsk

Per capire il paradosso di oggi, è bene fare un piccolo passo indietro. Tra gennaio e febbraio del 2020 sono scoppiate nella provincia siriana di Idlib nuove gravi tensioni nell’ambito del conflitto civile che dal 2011 coinvolge il Paese arabo. In quell’occasione militari siriani e turchi si sono scontrati direttamente. Quando Ankara ha chiesto solidarietà all’Ue, da Bruxelles non sono arrivate frasi a sostegno turco. Posizione, quella europea, più che legittima. Ma non secondo il presidente turco Erodgan il quale, per tutta risposta, ha aperto le frontiere a migliaia di migranti presenti nel suo Paese e desiderosi di raggiungere l’Europa. I turchi dicevano che la nuova ondata di migranti era formata da siriani in fuga da Idlib a causa di quegli stessi combattimenti su cui l’Ue non ha proferito parola. Nulla di più falso: lungo le frontiere esterne comunitarie si sono accalcati cittadini di varie nazionalità fino a quel momento presenti come immigrati irregolari in territorio turco. La pressione migratoria ha subito messo in difficoltà la Grecia. Da Atene però si è risposto usando il pugno duro: il governo del premier Kyriakos Mitsotakis ha inviato l’esercito e ha sigillato le frontiere terrestri e marine.

Come ha reagito in quell’occasione l’Europa? Nella migliore delle ipotesi, limitandosi ad osservare passivamente la situazione. Nella peggiore, condannando addirittura l’atteggiamento dell’esecutivo ellenico. Nel dicembre 2020 in alcune interpellanze presentate da deputati Verdi e del gruppo Socialisti e Democratici al parlamento Ue, si è chiesto conto e ragione sull’operato dell’agenzia Frontex. Quest’ultima, secondo gli esponenti politici firmatari delle interpellanze, è stata “colpevole” di aver aiutato la Grecia in respingimenti considerati illegali. In poche parole, per una parte della classe politica comunitaria, l’Europa non doveva presidiare i confini e, al contrario, doveva accogliere tutti quei migranti usati come arma di ricatto da Erdogan. Il quale non era certo nuovo a questo genere di ritorsione. Nel 2016, dopo che quasi un milione di migranti sono entrati in Ue risalendo la rotta balcanica, la Turchia ha iniziato a battere cassa. E da Bruxelles sono stati stornati assegni da tre miliardi di Euro all’anno a favore di Ankara per vedere chiusi i confini.

Dopo questo precedente, anche in Libia le autorità (e i trafficanti) locali si sono fatti due conti in tasca. E così da Tripoli sono state avanzate non poche richieste all’Italia per non far partire i barconi dai propri porti. Roma già nel 2017 è dovuta scendere a patti, promettendo investimenti per nuove attrezzature da girare ai libici e sostegno militare ed economico alla Guardia costiera di Tripoli. Alexandar Lukashenko, quando ha visto le ritorsioni da parte Ue nei confronti del suo governo, poteva essere da meno? Dopo che la commissione europea in estate ha varato sanzioni contro Minsk a seguito dell’arresto di una giornalista avvenuto dopo un dirottamento dell’aereo Atene – Vilnius, il presidente bielorusso ha iniziato a far affluire migliaia di migranti verso Polonia e Lituania. Se i ricatti hanno funzionato altrove, è il ragionamento fatto dai dirigenti bielorussi, potranno funzionare anche a Minsk.

Il Cremlino si prende beffa dell’Ue

Minsk non è così lontana da Mosca e non solo per motivi geografici. Il 3 novembre scorso Russia e Bielorussia hanno siglato un nuovo accordo di stretta collaborazione militare. Il presidente russo Vladimir Putin, nonostante non poche divergenze, è stato tra i pochi a difendere Lukashenko dopo che quest’ultimo nel 2020 è stato accusato di brogli elettorali per la sua rielezione. Per cui, oltre alle smentite da parte di Minsk alle accuse di aver appositamente provocato l’afflusso di migranti verso l’Ue, era da attendersi un messaggio da parte del Cremlino. “Seguiamo da vicino la situazione al confine tra Bielorussia e Polonia, dove stanno convergendo i militari dei due Paesi – ha dichiarato Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino – La situazione è allarmante, ma la cosa principale è la vita e la salute delle persone che si sono radunate al confine e richiedono un lasciapassare e un riparo”. Un’affermazione a cui ha fatto eco il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov. “L’Unione Europea – si legge in una dichiarazione del titolare della diplomazia russa – dovrebbe fornire aiuto alla Bielorussia in merito alla crisi dei migranti come fece nei confronti della Turchia in una situazione analoga”. Tradotto, Mosca sta dando poco credito alle barricate, fisiche e politiche, che l’Ue sta issando contro la Bielorussia. E dal Cremlino non a caso si richiamano quei precedenti in cui il Vecchio Continente, senza troppi giri di parole, ha assecondato i ricatti esterni.

Bruxelles si è mossa in ritardo

Le istituzioni comunitarie si stanno schierando al fianco di Polonia e Lituania, i due Paesi più provati dalla crisi migratoria bielorussa. Un sostegno che per Varsavia e Vilnius è arrivato anche dalla Nato. Il segretario dell’Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg, ha espresso su Twitter la sua vicinanza ai due governi coinvolti. L’Europa sembra aver improvvisamente cambiato passo. La rotta migratoria ha colpito questa volta un’area dove già l’opinione pubblica era fortemente schierata contro ogni tipo di accoglienza e dove un peggioramento della crisi coinvolgerebbe in primo luogo la Germania. Da qui le parole dure contro Minsk e il sostegno alla blindatura dei confini. Ma rischia di essere troppo tardi. L’Ue ha compromesso da tempo la sua fama in ambito migratorio facendo prevalere, quando la crisi ha coinvolto la sponda mediterranea, la retorica umanitaria alla necessità di protezione delle frontiere. E adesso sfuggire al ricatto bielorusso non sarà così semplice.