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Un’esplosione squarcia l’Iran. Poi un’altra. Poi un’altra ancora. In pochi giorni, delle deflagrazioni colpiscono importanti siti strategici della Repubblica islamica e gettano un’inquietante ombra di mistero sul complesso militare di Teheran. In particolare quello dei Pasdaran.

Tutto ha inizio la notte del 26 giugno, quando un lampo illumina il cielo nei pressi di Parchin. Dopo un’ondata di informazioni social, il ministero della Difesa non ha potuto fare altro che intervenire confermando la veridicità dell’esplosione. Ma il comunicato del dicastero è molto scarno: deflagrazione in un sito di stoccaggio del gas. Obiettivo di Teheran è quello di mettere a tacere le speculazioni che immediatamente iniziano a moltiplicarsi sui social network e che attirano l’attenzione dei media internazionali. Chiunque conosce il complesso sistema militare e tecnologico dell’Iran sa che dietro Parchin c’è uno dei più grandi nodi della politica mediorientale: il programma missilistico e nucleare iraniano. Lo ha spiegato anche Fabian Hinz, ricercatore del James Martin Center for Nonproliferation Studies, che ha confermato che il sito colpito dal bagliore notturno è “il più grande sito di produzione di esplosivi militari in Iran”. Fino al 2004 si erano svolti dei test nucleari, e già nel 2014 un curioso incidente era avvenuto proprio a Parchin facendo parlare di sabotaggio.

Nemmeno il tempo di fugare i dubbi sul sabotaggio – per i Guardiani della Rivoluzione sarebbe il segnale di clamorosi buchi nell’intelligence – che il Paese è scosso da un’altra misteriosa esplosione. Questa volta a essere colpita è una clinica della capitale, il centro di Sina At’har. L’incendio conseguente allo scoppio provoca 19 morti. Hassan Rouhani ordina un’inchiesta. Il vice governatore di Teheran prova a placare le polemiche spiegando che si tratta di un terribile incidente causata dal gas. Ancora una volta una fuga incontrollata come a Parchin. I sospetti aumentano. E non si fermano nemmeno quando il vice ministro della Salute spiega che non vi sarebbe alcuna fuga di elementi radioattivi. Perché smentire questa voce quando a bruciare è una clinica? Molti temono che dietro le parole di Iraj Harirchi ci sia una mezza verità.

Il problema è che nell’arco di poche ore l’intelligence iraniana è scossa da un altro incidente. Che a questo punto è impossibile derubricare come tale. Tra il 2 e il 3 luglio viene colpita da un misterioso episodio la centrale nucleare di Natanz. Nessuna fuga radioattiva, tengono a precisare da Teheran, anche se c’è chi ammette che molte centrifughe sono state messe fuori uso dall’incendio. Tuttavia, quello che succede a Natanz non può mai essere considerato semplicemente un incidente. E le stesse autorità iraniane iniziano a far trapelare un’altra verità, puntando su eventuali elementi esterni. L’opinione pubblica non può accettare che tutta questa scia di esplosioni sia considerata del tutto casuale e senza legami con i programmi più bollenti dell’Iran, ovvero quello balistico e nucleare. E a Natanz tutti sanno cosa è successo nel 2010, quando un attacco cyber ordito da Israele e Stati Uniti tramite Stuxnet ha messo fuori uso centinaia di centrifughe in quella che a quel tempo era la punta di diamante dell’intero programma atomico iraniano. Questa volta gli iraniani ci vanno cauti. Keyvan Khosravi, portavoce del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, dice che cause e risultati dell’inchiesta non possono essere resi pubblici per “motivi di sicurezza” e che tutto sarà annunciato “al momento opportuno”. Segnale che adesso a Teheran vogliono chiarimenti.

Nell’arco di poche ore, un altro incendio. Questa volta a essere colpita è la centrale elettrica di Shahid Medhaj Power Plant, cinque chilometri da Avhaz. La città era stata il luogo, mesi prima, del primo corteo funebre in onore di Qasem Soleimani. Altra colonna di fumo nero in un Iran sempre più colpito da diverse e sempre più strane esplosioni. Come quelle avvenute negli impianti di Shiraz e Kharoun o quelle avvenute in una fabbrica di Kahrizak. Con un’ultima “fiammata” avvenuta il 15 luglio, nel porto di Busher, dove prendono fuoco tra cinque e sette navi ancorate nel porto dove risiede non solo uno dei più importanti comandi della Marina iraniana, ma anche una centrale di rilevante valore strategico legata al programma nucleare. Un incidente che sposta l’occhio anche su quel Golfo Persico dove le tensioni non sono mai cessate.

Le domande dei media, degli analisti e degli uomini di intelligence si moltiplicano. Le accuse sono da subito rivolte verso Israele e Stati Uniti, visto che la guerra ibrida che conducono contro l’Iran ha raggiunto in questi anni livelli di tensione altissima. Gli ultimi attacchi cyber in cui sono stati coinvolti i Paesi si sono dimostrati non solo chirurgici ma anche devastanti. E in quegli stessi giorni Israele aveva appena conferito alla Unit 8200 un riconoscimento pubblico per un colpo (ignoto) contro un “obiettivo nemico”. Pubblicamente nessuno avrebbe potuto dire l’obiettivo, ma per questioni di tempistiche tutto fa pensare che si tratti del polo di Shahid Rajaee, quando l’Iran ha accusato hacker nemici di aver completamente paralizzato il traffico marittimo del porto di Bandar Abbas, base principale della Marina militare iraniana e dei Pasdaran. Un attacco da cui forse deve iniziare a farsi risalire la scia di esplosioni che ha incendiato l’Iran a luglio.