La Commissione Europea di Ursula von der Leyen tira dritto sul sequestro dei fondi russi congelati nell’Unione Europea per finanziare gli aiuti all’Ucraina e alza il tiro contro Mosca: dai 140 miliardi di euro della Banca centrale di Mosca e delle altre istituzioni finanziarie pubbliche russe si passa all’obiettivo di congelare definitivamente tutti i 210 miliardi di euro ad oggi bloccati nei Ventisette.
Secondo quanto anticipato dal Financial Times, infatti, i Paesi europei avrebbero l’intenzione di superare il veto dell’Ungheria di Viktor Orban e stanno lavorando per far arrivare i leader al Consiglio Europeo della prossima settimana con una posizione comune capace di rompere la norma dell’unanimità.
Cosa vuole fare la Commissione Ue con gli asset russi
L’appiglio è l’Articolo 122 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, che consente dei poteri d’emergenza alla Commissione in determinate circostanze. Se l’Ue in precedenza aveva pensato a situazioni operative volte a prorogare di semestre in semestre il congelamento dei beni russi, ricevendo in risposta il netto diniego della Banca centrale europea, della società di gestione Euroclear che ha in gestione 185 miliardi di euro di asset e del Belgio dove la stessa Euroclear è allocata, ora l’obiettivo è utilizzare lo strumento dell’immobilizzazione a tempo indeterminato e della conseguente allocazione per il finanziamento a Kiev.
Questa mossa può essere approvata a maggioranza qualificata senza la necessità dell’unanimità. E rappresenterebbe, se confermata, una linea netta tracciata da Bruxelles. In primo luogo perché segnerebbe un irrigidimento della posizione comunitaria in un contesto in cui il principale alleato dell’Ue, gli Stati Uniti, lavora per una soluzione al conflitto russo-ucraino che non considera la posizione europea e in cui Mosca accusa Bruxelles di fomentare la conflittualità.
Il nodo degli asset russi e la sfida agli Usa
In secondo luogo, Bruxelles complicherebbe la strada alla rimozione delle sanzioni alla Russia e al ricongiungimento russo-americano, oltre che a determinati punti del piano di pace di Donald Trump. Lo riporta anche il Ft:
Il consolidamento delle sanzioni rappresenterebbe anche una presa di posizione contro Washington. Un piano di pace iniziale per l’Ucraina, in parte redatto da funzionari americani, prevedeva che la maggior parte delle risorse fosse riversata in due fondi di investimento guidati dagli Stati Uniti.
Washington, inizialmente, proponeva infatti che 100 miliardi di dollari di asset russi venissero gestiti da Washington per ricostruire l’Ucraina, ottenendo il 50% dei profitti. Bruxelles sembra rispondere picche a questa idea.
Strappo comunitario e sfida a Budapest?
Infine, la Commissione di Ursula von der Leyen romperebbe nettamente col Paese più vicino a Mosca nell’Ue, l’Ungheria, e chiamerebbe allo scoperto molti attori politici del Vecchio Continente a prendere esplicitamente posizione qualora temessero delle conseguenze. Il Belgio con il premier Bart de Wever si è già espresso. La Francia, che custodisce nei suoi forzieri 19 miliardi di euro, ha sempre fatto scudo a ogni suo timore con il veto ungherese e la comprensibile tensione belga. Ma ora che succederà?
La domanda resta aperta. Anche perché a ben guardare l’invocazione dell’Articolo 122 è quantomeno incerta sul piano della legalità formale e della sostenibilità politica. Indichiamo di seguito la norma per esteso:
Fatta salva ogni altra procedura prevista dai trattati, il Consiglio, su proposta della Commissione, può decidere, in uno spirito di solidarietà tra Stati membri, le misure adeguate alla situazione economica, in particolare qualora sorgano gravi difficoltà nell’approvvigionamento di determinati prodotti, in particolare nel settore dell’energia
Qualora uno Stato membro si trovi in difficoltà o sia seriamente minacciato da gravi difficoltà a causa di calamità naturali o di circostanze eccezionali che sfuggono al suo controllo, il Consiglio, su proposta della Commissione, può concedere a determinate condizioni un’assistenza finanziaria dell’Unione allo Stato membro interessato. Il presidente del Consiglio informa il Parlamento europeo in merito alla decisione presa.
(Articolo 122 TFUE)
Un diritto incerto
Le “misure adeguate alla situazione economica” e le “gravi difficoltà nell’approvvigionamento di determinati beni” sono difficilmente giustificabili con un prestito finalizzato all’Ucraina e al suo sostegno finanziario e militare. Peraltro, il Berliner Zeitung ricorda che nel quadro delle riserve russe, qualora si arriverà alla confisca, 45 miliardi di euro copriranno spese già sostenute dal G7 mentre “115 miliardi di euro saranno utilizzati per finanziare l’industria bellica ucrain
a. Solo 50 miliardi di euro saranno utilizzati per le esigenze di bilancio di Kiev”. Si rischia di creare un precedente importante in materia di credibilità politica e istituzionale per il rispetto europeo del pacta sunt servanda di fronte a Stati terzi. Non a caso la presidente della Bce, Christine Lagarde, ha commentato con algida freddezza, velata di aplomb, la proposta della Commissione, dicendo che è “più vicina alla legalità” della precedente. A buon intenditor poche parole. Il rischio di un salto nel buio europeo non è scongiurato.

