Isolare un membro “scomodo” e “ribelle” dei 27 Paesi membri dell’Unione europea, che in questi anni ha frenato il sostegno incondizionato dell’Ue alla guerra per procura combattuta contro la Russia in Ucraina. Parliamo ovviamente dell’Ungheria del premier Viktor Orban, da tempo sotto accusa per presunte violazioni dello stato di diritto. L’Unione Europea, infatti, sta alzando il tiro contro Budapest, brandendo l’articolo 7 del Trattato Ue per minacciare la revoca del diritto di voto in seno al Consiglio Europeo.
Come riportato da EUobserver, il caso Ungheria risale addirittura al 2018, quando fu avviata la procedura dell’articolo 7, lasciata poi a languire. Ora, stando a una fonte Ue citata dalla testata, 19 Stati membri sarebbero pronti a spingere per sanzioni più dure, anche se l’unanimità dei 26 Paesi (Ungheria esclusa, ovviamente) resta un ostacolo per misure drastiche come la sospensione dei diritti di voto. Intanto, basterebbe il sì di quattro quinti dei Paesi (22) per bollare Budapest come una minaccia ai valori fondamentali dell’Ue.
Le leggi di Orban nel mirino
È certamente vero che alcune leggi varate dal governo di Orban posso essere discutibili. Ad esempio, Bruxelles contesta la norma che ha di fatto messo al bando i gay pride e la marcia del Budapest Pride. Per oppositori e analisti, è una porta aperta alla repressione di qualsiasi protesta: le autorità possono ora identificare i manifestanti con il riconoscimento facciale e multarli fino a 500 euro. La Commissione Europea studia il caso, sospettando violazioni della Carta dei Diritti Fondamentali, dell’AI Act e del GDPR, ma i tempi si preannunciano lunghi.
Il 2 aprile, il Parlamento Europeo è diventato un’arena di accuse, con eurodeputati che hanno accostato l’Ungheria alla Russia di Putin. Zoltán Tarr, del partito di opposizione Tisza (PPE), ha puntato il dito sullo stato di emergenza del 2020, che permette a Orbán di governare per decreto, scavalcando il Parlamento. Tisza, incalzando Fidesz nei sondaggi, denuncia un Paese sempre più vicino all’autoritarismo. Una “democratura” o una “democrazia illiberale”, come si era detto quando Orban ha chiuso, tra mille polemiche, l’università dell’Open Society Foundations del magnate liberal George Soros, accusato dallo stesso premier magiaro di finanziare l’immigrazione di massa nel Continente europeo.
A gettare benzina sul fuoco c’è l’Ufficio per la Protezione della Sovranità, un organismo che indaga su Ong e media, accusato di soffocare la società civile. A ottobre, la Commissione ha citato in giudizio l’Ungheria per la legge sulla sovranità, che punisce chi accetta fondi esteri. Il Commissario alla Giustizia Michael McGrath, dopo una visita a Budapest a marzo, ha definito “molto difficile” l’ambiente per le organizzazioni civili, sottolineando l’intoccabilità del diritto di assemblea.
Il doppio standard dell’Ue
Preoccupazioni legittime, anche se per i vertici dell’Ue il vero “problema” di Orban sta nella sua riluttanza a sostenere la guerra per procura in Ucraina. Lo dimostra il fatto che, secondo quanto emerso nel 2024 da un piano confidenziale riportato dal Financial Times, Bruxelles avrebbe infatti minacciato di sabotare l’economia ungherese, colpendo il fiorino e la fiducia degli investitori, se Budapest avesse continuato a bloccare 50 miliardi di aiuti a Kiev.
Ciò che lascia inoltre molto perplessi è il doppio standard di Bruxelles, che si dimostra inflessibile nei confronti di Budapest e apparentemente molto più tollerante in altri casi. Esempi? Che dire, ad esempio, della decisione della Repubblica di Estonia di eliminare completamente la lingua russa dalle scuole entro il 2030, sostituendola con l’estone e rendendo il russo una lingua “straniera”, come materia scolastica, o da utilizzare solamente in casa o in conversazioni private.
Una decisione che, come ha sottolineato Diana Mihaylova su InsideOver, appare infatti come una mossa politica pensata per cercare di “cancellare” o fingere che non esista una minoranza linguistica russa in Estonia. Una “linea dura” contro Mosca, ma che andrà a colpire centinaia di migliaia di cittadini estoni che, verosimilmente, non hanno legami diretti o di natura politica, né con Mosca, né con il Cremlino, e tantomeno Vladimir Putin. Prese di posizione dei vertici dell’Ue su questo tema? Nessuna. Eppure si mette in discussione il diritto fondamentale di una nutrita minoranza.
E che dire della Polonia? Nel 2024, la Commissione Europea ha chiuso la procedura dell’articolo 7 avviata nel 2017 contro Varsavia, archiviando un caso che per anni aveva messo il Paese sul banco degli imputati. All’epoca, sotto il governo del partito Diritto e Giustizia (PiS), le riforme giudiziarie che erodevano l’indipendenza della magistratura avevano scatenato un duro scontro con Bruxelles, portando all’attivazione del meccanismo per presunte violazioni dello stato di diritto. Ora, ufficialmente, la Commissione ha stabilito che non esiste più un “chiaro rischio di violazione grave”, grazie a un piano di riforme annunciato dal nuovo primo ministro Donald Tusk, insediatosi a dicembre 2023.
Tusk, europeista convinto ed ex presidente del Consiglio Europeo, ha messo sul tavolo nove proposte di legge per ripristinare l’autonomia dei giudici, un ordine ministeriale per bloccare procedimenti ingiustificati contro i magistrati e impegni chiari a rispettare la Corte di Giustizia dell’Ue e la supremazia del diritto europeo. Il 6 maggio 2024, Bruxelles ha segnalato l’intenzione di chiudere il caso, formalizzata il 29 maggio.
Eppure, non mancano i dubbi. Se è vero che le riforme di Tusk hanno pesato, una mano decisiva potrebbe averla data la fedeltà della Polonia alla linea europea sulla guerra per procura in Ucraina contro Mosca. A differenza dell’Ungheria, che con Viktor Orban ha spesso remato contro Bruxelles e la sua postura antirussa, Varsavia si è distinta come uno zelante baluardo dell’Occidente, sostenendo senza esitazioni Kiev con aiuti militari e finanziari. Un alleato così prezioso, forse, meritava un trattamento di favore.