Sancisce il ritorno al business as usual e la sostanzialità complicità europea nella politica espansionista di Benjamin Netanyahu, la foto di Kaja Kallas in piedi accanto al ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, durante la conferenza stampa a seguito del Consiglio di associazione tra UE e Israele. Mentre Israele annuncia lo sfratto di decine di migliaia di palestinesi dalla Cisgiordania, il governo di Tel Aviv è accusato di genocidio presso la Corte internazionale di giustizia e sottoposto a mandato di arresto, invece di porre fine al partenariato privilegiato con Israele, l’Ue ha deciso di intensificarlo.
Bentornato status quo, e addio alla breve parentesi ribelle del suo predecessore, Josep Borrell, osteggiato dai gruppi di pressione filoisraeliani più influenti. Finito nel vuoto anche l’appello di Human Rights Watch, che nei giorni scorsi aveva chiesto all’Alto rappresentante per gli Affari esteri dell’UE e ai ministri di Bruxelles di condannare i crimini di guerra del Governo etno-nazionalista di Tel Aviv e di prendere posizione contro il progetto Resort a Gaza. Un minimo indispensabile, anche per milioni di elettori dell’Europa meridionale che, pur senza alcuna simpatia per Hamas, chiedono una politica mediterranea più autonoma e meno condizionata dall’egemone regionale.
“I nostri amici dell’Unione”
Per il circolo di Netanyahu, e in generale per la galassia filoisraeliana radicale, Kallas rappresenta una posizione favorevole, forse la migliore possibile in questo momento, simile alla posizione della linea centrista delle istituzioni UE e in contrasto con quella di Borrell, espressione delle sinistre moderate. Secondo il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, il predecessore di Kallas “ha scelto di comportarsi in modo ossessivo contro lo Stato d’Israele, per ostilità personale e politica… Ha cercato di negare a Israele il diritto di autodifesa… e di imporre una decisione su un cessate il fuoco unilaterale”. Si è rallegrato, Katz, che “i nostri amici nell’Unione abbiano sventato le sue manovre”.
L’ultima mossa di Borrell invisa a Tel Aviv era stata la richiesta di convocare il Consiglio di associazione Ue-Israele per rivederlo criticamente. Si tratta di un incontro parte dell’accordo stipulato tra l’Unione europea e Gerusalemme entrato in vigore nel 2000. Kallas ha sostanzialmente ribadito che quel patto è intoccabile.
La morte dell’Europa dei diritti
Sa’ar del resto è stato chiaro e sfacciato: “Quella che voi chiamate Cisgiordania si chiama Giudea e Samaria”, ha dichiarato a due passi da Kallas, sostenendo l’idea delle deportazioni di massa dalla Striscia di Gaza proposta da Trump, ma chiedendo di usare un termine diverso: “migrazioni”. Kallas, dal canto suo, non ha proferito parola. E che ne pensa della posizione del futuro cancelliere tedesco, Friedrich Merz, che ha invitato Netanyahu nonostante il mandato di arresto che incombe sul primo ministro? Ha balbettato: “La Corte internazionale dell’Aja va rispettata, ma le decisioni su questi temi spettano ai singoli Stati”. Di fatto, una dismissione della Corte internazionale.
In fondo, non è solo colpa di Kallas: lei è solo la più pura espressione di un establishment europeo liberal-centrista, antisocialista intriso di cliché, concentrato tutto sull’appartenenza a un’Europa e a un Occidente mitizzati e, nell’avanzamento delle destre, sul contrasto all’immigrazione musulmana. Altri temi non trovano rappresentanza. La maschera di un’Unione che difende il diritto internazionale e i diritti umani verrà sepolta in Palestina.
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