Le relazioni tra Bruxelles e Mosca sembrano destinate a non migliorare. I Capi di Stato e di Governo dei Paesi membri dell’Unione Europea hanno infatti deciso di prorogare per ulteriori sei mesi, quindi sino alla fine di gennaio 2021, le sanzioni attualmente in vigore contro la Federazione Russa. Le misure colpiscono alcuni settori strategici dell’economia russa, come quello degli armamenti, quello energetico e quello finanziario e sono state imposte in seguito all’annessione della Crimea, allora sotto giurisdizione ucraina, da parte di Mosca nel 2014 ed allo scoppio del conflitto nel Donbass. Le autorità ucraine hanno accolto con favore quanto deciso dall’Unione Europea ed hanno affermato che le politiche sanzionatorie hanno scoraggiato un’aggressione di matrice russa e che Mosca deve implementare quanto previsto dagli Accordi di Minsk.

La natura delle sanzioni

Le misure restrittive decise da Bruxelles hanno natura variegata e sono soggette, in assenza di mutamenti significativi, a rinnovi semestrali. Tra queste c’è un bando all’esportazione ed all’importazione di armi da e per la Russia, limitazioni alle attività di alcune aziende e banche russe sui mercati europei ed azioni per far sì che la Federazione non possa utilizzare alcuni strumenti tecnologici che facilitano la scoperta di giacimenti petroliferi. Gli eventi del 2014 hanno portato all’interruzione della cooperazione politica e diplomatica tra Unione Europea e Russia e all’espulsione di Mosca dal G8. Sono poi in vigore  misure mirate ( prorogate per un anno a partire dal settembre del 2019), consistenti in blocchi di fondi e divieti di ingresso nel territorio comunitario, per quegli individui o entità accusati di aver destabilizzato l’integrità dell’Ucraina.

Una mossa sterile

Le sanzioni dell’Unione Europea non riusciranno, con tutta probabilità, ad imprimere svolte significative alle complesse e difficili relazioni tra Federazione Russa ed Ucraina. Bruxelles ha deciso di costruire un vero e proprio muro per isolare il più possibile Mosca ma non è detto che ciò porti a risultati concreti. Il Cremlino può leggere nell’atteggiamento europeo una chiusura che rischia di dar vita ad uno stallo piuttosto sterile ed improduttivo e potrebbe essere tentata, a questo punto, di potenziare i propri rapporti con altre potenze o più semplicemente di agire in altri contesti, come quello mediorientale, dove la proiezione strategica di Bruxelles è particolarmente debole. In parole povere, dunque, le sanzioni europee non spaventano Mosca, non danneggiano in maniera significativa la sua economia e non la porteranno a rinunciare al possesso della Crimea oppure a consigliare ai ribelli filo-russi del Donbass di deporre le armi.

La vera soluzione

Bruxelles ha un partner di riferimento nello spazio post-sovietico e questo alleato è l’Ucraina, un Paese ormai parte della sfera d’influenza occidentale nella regione ma anche attraversato da poderosi conflitti e tormenti interni. La stabilizzazione di Kiev, nel medio-lungo periodo, non sarà facilitata da un’estensione sine die delle sanzioni quanto, piuttosto, da un serrato dialogo con Mosca e con la minoranza russofona interna. Il governo ucraino ha di fronte a sé due strade: quella dello scontro bellico e quindi della conquista delle repubbliche separatiste del Donbass oppure quella delle trattative e delle piccole concessioni. Bruxelles deve favorire questa seconda opzione, agendo quanto più possibile come mediatrice sincera e non come attrice interessata. Uno sviluppo di questo genere potrebbe anche portare ad un rasserenamento nelle relazioni con il Cremlino, che sono importanti dal punto di vista economico ma anche strategico.

Nel campo comunista di Goli Otok
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