L’Ue indaga sui rapporti tra Turchia ed estremismo islamico

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Politica /

Il giornalismo libero in Turchia ha subito gravi ferite. Il pugno duro di Recep Tayyip Erdogan, soprattutto dopo il tentativo di golpe del 2016, è stato implacabile: centinaia di arresti a danno di giornalisti, chiusure di redazioni, condanne all’ergastolo pronunciate contro grandi firme turche.

In questo caso la rete può rappresentare un’ottima piattaforma per cercare di contrastare il vuoto di libera informazione che si è venuto a creare all’interno dei confini turchi. È questo l’intento del sito turco AhvalNews  , nato con l’obiettivo di supplire alla mancanza di giornalismo indipendente, che oramai rappresenta senza dubbio un problema all’interno della società turca.



Proprio sulle loro colonne è stato annunciato che  nella riunione dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, tenuta il 10 ottobre a Strasburgo, si sarebbe discusso il rapporto “Regulating foreign funding of Islam in Europe in order to prevent radicalisation and Islamophobia” redatto da  Doris Fiala, parlamentare europea dell’Alde iscritta al Partito dei liberali radicali.

L’attenzione dello studio è focalizzata sull’analisi dei rapporti tra il Diyanet (il direttorato per gli affari religiosi turco) e l’estremismo islamico. Secondo il documento l’obiettivo dell’incontro è duplice perché mentre si vuole combattere la radicalizzazione istituendo controlli più severi rispetto ai flussi di denaro che confluiscono nelle istituzioni islamiche sul territorio europeo, si vuole allo stesso tempo combattere l’ondata di islamofobia cresciuta di intensità parallelamente ai numerosi attacchi a stampo religioso registrati in Europa.

Doris Fiala, che fa parte del Committee on Political Affairs and Democracy, suggerisce ai Paesi membri di monitorare le attività delle organizzazioni islamiche in Europa chiedendo loro di fornire informazioni dettagliate sulle fonti e le origini dei fondi che possiedono a disposizione. Viene quindi consigliato di seguire il modello austriaco dove in passato sono stati seguiti questi due passi per limitare l’influenza della Atib (Unione turco-islamica per la collaborazione culturale e sociale in Austria), la branca locale della Diyanet turca. Proprio quest’estate il cancelliere Sebastian Kurz e il ministro degli Interni Herbert Kickl avevano annunciato la chiusura di 7 moschee e l’imminente espulsione di una quarantina di Imam, capi religiosi dell’Atib e accusati di fomentare l’odio religioso.

La Diyanet fu istituita il 3 marzo 1924 da Mustafa Kemal “Ataturk”, padre fondatore della Repubblica turca, lo stesso giorno in cui il parlamento annunciò la fine del califfato ottomano. Per quasi un secolo il Diyanet ha cercato di trovare un equilibrio per contribuire a salvaguardare l’identità della Turchia come un Paese sia musulmano che secolare. Secondo Mustafa Cagrici, mufti di Instanbul dal 2003 al 2011, con l’avvento dell’Akp (Partito per la giustizia e lo sviluppo) di Erdogan il ruolo del Diyanet è stato radicalmente deviato rispetto all’intento iniziale dei suoi fondatori.

La verità di queste parole può essere constatata stilando una lista delle accuse e condanne ricevute dal direttorato per gli affari religiosi turco. Si passa da accuse contro diversi imam per il loro ruolo di informatori, per esempio mandando informazioni in Turchia riguardo ai gruppi vicini a Fethulla Gulen – il predicatore turco accusato del tentato golpe del 2016 e attualmente protetto dagli Stati Uniti in Pennsylvania – a notizie su asili nido gestiti da istituzioni legate al Diyanet accusati di insegnare un islam particolarmente intransigente. Senza contare che sulle piattaforme online dello stesso Diyanet in passato si era affermato che non ci sono problemi a sposarsi con bambine dai nove anni in su, scatenando polemiche che hanno portato alla cancellazione dell’interpretazione pubblicata in un glossario online dei termini islamici.

Nel pomeriggio del 10 ottobre è arrivata la notizia della decisione del Comitato di affossare la proposta della parlamentare europea dell’Alde (L’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa) riguardo il divieto di ogni forma di finanziamento estero a istituzioni religiose, in quanto “non accettabile in una società democratica”.

Ciò non toglie che nel comunicato si possa leggere come il Comitato ritenga che sia “necessario contrastare qualsiasi tentativo da parte di organizzazioni straniere di dar vita a una società parallela”, sottolineando allo stesso tempo la necessità di lavorare ancora per maggiore “trasparenza” in un settore che, spesso, nasconde troppi punti poco chiari.