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Nessuno, almeno a parole, potrebbe mettere in discussione l’obiettivo con cui è stato partorito il nuovo disegno di legge contro l’antisemitismo: rafforzare gli strumenti per contrastare quello che sta diventando “un cancro, un seme di male che non va sottovalutato”, ossia l’odio antiebraico in Italia, soprattutto online, nelle scuole e nelle università. Lo ha presentato Graziano Delrio, senatore Pd, e rischia di aggiungersi a una serie di tentativi, con la fragile tregua per Gaza firmata in autunno, per restaurare il solito status quo nel dibattito e rendere pressoché impossibile la critica a Israele. Non ne sta parlando quasi nessuno, e la sinistra dem dovrebbe preoccuparsi.

Vediamo perché. Nella sua nota introduttiva, Delrio insiste su un “incremento incomparabile” degli episodi, su un antisemitismo sempre più “liquido” e digitale, su una normalizzazione del linguaggio d’odio che richiede risposte nuove.

Fin qui tutto bene. Ma il testo si appoggia su una serie di fonti che bisogna passare al setaccio: le audizioni del Coordinatore nazionale contro l’antisemitismo, i rapporti del Cdec, le indagini dell’Agenzia europea per i diritti fondamentali. È da lì che arrivano i numeri più citati: il +400 per cento di atti antisemiti in un anno, i dati del 2024 quasi raddoppiati rispetto al 2023, la stima secondo cui il 75 per cento degli ebrei italiani preferisce non esporre simboli religiosi in pubblico per paura di aggressioni o discriminazioni.

Un problema di definizioni, ma non solo

Dietro questi numeri, però, c’è una scelta meno evidente: tutti i monitoraggi citati usano già come riferimento la definizione operativa di antisemitismo dell’Ihra, l’International Holocaust Remembrance Alliance. “Una definizione che nasce con l’intento dichiarato di offrire uno strumento utile a monitorare quelle forme più sottili di antisemitismo che talvolta si celano dietro la retorica antisionista”, ha spiegato al Manifesto Valentina Pisanty, docente di Semiologia all’Università di Bergamo, che ha recentemente pubblicato Antisemita. Una parola in ostaggio. Nella pratica, però, con una serie di trucchi linguistici, come la sostituzione del modo dubitativo con quello assertivo su ciò che è antisemitismo, si è trasformata in un dispositivo che tende a colpire in modo indiscriminato i movimenti pro-Palestina e la sinistra.

Ed è proprio questa definizione che il ddl decide di trasformare nel perno giuridico della legge: l’articolo 1 stabilisce che, per ogni effetto, si farà riferimento all’Ihra. Non è un dettaglio tecnico, perché da lì dipende cosa verrà considerato “contenuto antisemita” sulle piattaforme, nelle scuole, nelle università.

Prendiamo gli episodi censiti dal Cdec negli ultimi anni, che mostrano un aumento preoccupante: dai 197 casi del 2018 si passa ai 251 del 2019, ai 241 del 2022, fino ai 454 del 2023, quasi il doppio. A cambiare non è solo la quantità, ma anche la natura degli episodi: la grande maggioranza avviene online, tra social network, commenti e meme, ma crescono anche minacce, vandalismi e qualche aggressione nel mondo reale, spesso in corrispondenza di momenti simbolici come il Giorno della Memoria o l’anniversario del 7 ottobre.

Il problema è che il Cdec, adottando i parametri dell’Ihra, fa coincidere moltissimi dei casi elencati tra le possibili fattispecie antisemite con luoghi comuni o argomenti tipici della retorica antisraeliana e antisionista: ad esempio chiunque associ “Israele e il sionismo al razzismo, imperialismo, e colonialismo“, oppure usi slogan come “dal fiume al mare” o crei analogie tra il governo Netanyahu e il nazismo. Parametri che schederebbero come antisemiti anche numerosi ebrei democratici scesi in piazza in questi mesi.

Bisogna tenere presente che non è cambiata solo la definizione o la sensibilità alle segnalazioni: anche gli atti violenti “offline” (aggressioni, minacce, vandalismi) sono in crescita: nel 2022 l’Osservatorio ha contato 77 episodi materiali (inclusi 2 aggressioni fisiche, 10 minacce e un grave atto vandalico contro la sinagoga di Trieste) su 241 totali, in aumento rispetto ai 45 dell’anno precedente. Nel 2023 gli episodi offline sono saliti a 195 casi (tra cui un’aggressione e 40 minacce), evidenziando un’impennata di azioni antisemite.

Dire che “l’antisemitismo aumenta” è quindi largamente corretto. Ma è altrettanto vero che il conteggio che informa il ddl repressivo di Delrio è condizionato da un modo di definirlo piuttosto restrittivo. La definizione Ihra, su cui si regge tutto il ddl, è al centro di un dibattito acceso nel mondo perché nei suoi esempi applicativi quasi tutti riguardano Israele. Non si limita a descrivere l’odio contro gli ebrei in quanto tali – ad esempio il topos razzista sul controllo della finanza, o sulla responsabilità per tutte le guerre nel mondo, etc. – ma include così tante forme di critica a Israele da rendere questa impossibile. Non a caso negli ultimi anni questa impostazione è stata usata dalla Germania o dagli Stati Uniti per contestare non solo insulti antisemiti, ma anche campagne di solidarietà con i palestinesi, rapporti di organizzazioni per i diritti umani, interventi di accademici e attivisti.

“Lo scopo politico di questa definizione – silenziare le critiche più accese a Israele – è evidente a chiunque si occupi di questi temi”, ha detto Pisanty. Una scelta, quella di Delrio, che sembra pensata dunque per colpire anche la sinistra del proprio partito, mettendola in un angolo e rendendola inoffensiva. Un modo per dire “la ricreazione è finita”, dopo due anni di timidi cambiamenti nel discorso pubblico.

La macchina delle segnalazioni

È un problema reale. Esistono dossier che documentano casi di studenti, docenti, giornalisti e associazioni accusati di antisemitismo per aver definito “apartheid” il sistema di controllo sui palestinesi, o per aver criticato il sionismo come progetto politico. In diverse situazioni, le accuse si sono rivelate infondate ma hanno comunque prodotto effetti: eventi annullati, contratti rescissi, inviti ritirati. Dopo il 7 ottobre 2023 questo schema si è moltiplicato: manifestazioni vietate, slogan contestati, commemorazioni della Nakba cancellate in nome della lotta all’antisemitismo, spesso facendo riferimento proprio alla definizione Ihra.

Non sono critiche che arrivano solo da movimenti pro-palestinesi. Kenneth Stern, uno dei redattori originari del testo da cui è stata ricavata l’Ihra, ha denunciato l’uso “contundente” della definizione. Una larga coalizione di ONG e oltre 350 studiosi di antisemitismo, studi ebraici e Shoah ha promosso un testo alternativo, la Jerusalem Declaration on Antisemitism (Jda), che prova a fare una cosa semplice: combattere con più efficacia il vero antisemitismo, distinguendolo in modo esplicito dalla critica legittima a Israele e al sionismo.

Questa discussione non è rimasta confinata agli ambienti accademici. Volt Europa, movimento paneuropeo di centro-sinistra che nel 2019 aveva adottato l’Ihra, nel novembre 2025 ha votato in assemblea generale per sostituirla con la Jda nel proprio Codice di condotta. La mozione per adottare la Jda è passata con circa due terzi dei voti; quella per rafforzare l’Ihra è stata respinta. È un segnale politico anche per il Pd, diviso tra sezioni giovanili che tentano timidamente di opporsi alla finta moderazione di Sinistra Per Israele (gruppo orientato tutto a impedire qualsiasi riforma dello status quo diplomatico) ed esponenti “riformisti” che scattano foto-ricordo con le lobby dei coloni a Bruxelles o partecipano a manifestazioni pro-Netanyahu insieme alla destra di governo.

Un fronte trasversale dalla Lega al Pd

Graziano Delrio è uno dei più blandi critici di Israele di tutto il centrosinistra, non a caso mandato con la Commissione Esteri del Senato in Palestina e tornato con una serie di foto in posa sorridente, come se nulla fosse, con la nomenclatura del Likud. Rappresenta la vecchia guardia gattopardesca e ha pensato bene di sfogarsi col Foglio dicendo:”Una parte della sinistra italiana ha parlato sempre troppo poco del 7 ottobre… questo è stato il suo vero errore, non essersi messa nei panni di entrambi i popoli”. Come se, nel concreto, la diplomazia euro-atlantica e la grande stampa non si fossero già schierate sproporzionatamente con Golia, al di là di ciò che ne pensava la sinistra.

Il suo ddl va in direzione opposta a qualsiasi concezione liberale del dibattito. Non solo ribadisce il richiamo all’Ihra, ma chiede a piattaforme digitali, Agcom, scuole e università di applicarla come criterio operativo. Le piattaforme dovranno introdurre un canale specifico di segnalazione per i contenuti “antisemiti”, valutare entro 48 ore, rimuovere e sospendere per sei mesi chi insiste, tenere registri da mandare all’Autorità. Agcom potrà intervenire, sanzionare, costruire procedure semplificate con organizzazioni rappresentative delle comunità ebraiche. Tutto questo – è la garanzia “riformista” di Delrio – con risorse invarianti, cioè senza costi aggiuntivi per le povere casse pubbliche.

Nell’indifferenza della totalità dei media progressisti, il ddl Delrio si unisce a due proposte analoghe partorite da forze politiche che dovrebbero essere, almeno sulla carta, assai più smaccatamente filoisraeliane del Pd: la Lega, con la proposta di Salvini per vietare manifestazioni pro-Pal i cui slogan ricadano nella definizione dell’Ihra, e Italia Viva, con un ddl a firma di Ivan Scalfarotto di poco più lieve, che propone di creare una banca dati di antisemiti e nuove sanzioni; ovviamente, sempre usando l’Ihra (peraltro, Scalfarotto in estate poco dopo quel ddl interveniva su X per difendere Rocco Tanica e il suo fotomontaggio sessista e volgare contro Francesca Albanese).

Cosa farà il Pd?

È qui che dovrebbe farsi sentire il Partito Democratico, se ha ancora una spina dorsale. Sostenere questo ddl senza modifiche significa accettare un pacchetto in cui la tutela, sacrosanta, della comunità ebraica passa attraverso uno strumento che “crea confusione tra antisemitismo e antisionismo e finisce per colpire le critiche nei confronti di Israele, restringendo gli spazi del dissenso e la libertà di manifestare“, per usare le parole del Laboratorio Ebraico Antirazzista.

In mezzo ci sarebbe un lavoro più faticoso, ma più coerente con la storia del Pd: riconoscere la gravità del fenomeno, escludere qualsiasi collaborazione con antisionisti violenti o massimalisti, ma allo stesso tempo ribadire la necessità di sostituire l’Ihra con riferimenti più benevoli come la Jda. Non per indebolire la lotta all’antisemitismo, ma per sganciarla da qualsiasi riforma del nostro rapporto con Israele. Nel presentare sottobanco il ddl, è come se il Pd rinnegasse i timidi passi fatti dalla segretaria in questi mesi per avvicinarsi un po’ di più con il sentire della base sul Medio Oriente. Come se fossero stati uno scherzo, una burla.

“La linea di confine tra discorso ragionevole e irragionevole non coincide con quella tra discorso antisemita e non antisemita. Si può essere irragionevolmente ostili a Israele senza per questo essere antisemiti”, ricorda Pisanty. Il dibattito politico che rischia di modellare questo ddl invece stabilisce con parametri molto stretti cosa è ragionevole, ed esclude a priori una grande parte della discussione. Ma la domanda è sempre la stessa: dove sta andando il Pd?

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