Nel momento del rimpatrio della salma dei 13 marines statunitensi uccisi nell’attentato di Kabul (del 26 agosto), il presidente Joe Biden è stato ripreso, in piena cerimonia, mentre guardava l’orologio da polso. Si è trattato di un attimo che però è diventato un video virale.

Sicuramente il trattamento mediatico che il presidente ha ricevuto è stato molto più indulgente rispetto alla valanga di critiche che travolgeva il suo predecessore George W. Bush, per ogni singolo atteggiamento curioso, come quando lasciò il tappo sulle lenti del suo binocolo per un secondo o due (foto che divenne addirittura un simbolo) o semplicemente per l’espressione attonita che ebbe al momento della notizia degli attacchi dell’11 settembre. Biden, il presidente che ha posto fine alla guerra in Afghanistan, non ha subito la graticola mediatica di colui che, per rispondere a quegli attacchi, la iniziò. Però, almeno due padri di marines uccisi, intervistati a caldo, si sono detti molto offesi per l’atteggiamento dell’attuale presidente degli Stati Uniti, considerandolo “quanto di più irrispettoso abbia mai visto”.

Forse dovrebbero sapere che, per Biden, guardare l’orologio è un’abitudine? Anche nel corso di uno dei dibattiti presidenziali con Donald Trump, in piena campagna elettorale, prese un secondo per alzare il polsino e leggere che ora fosse. Allora, quel gesto (che in passato avrebbe bruciato una candidatura), venne interpretato dai Repubblicani come un segno di debolezza: “Per quanto ancora devo subire questa tortura?” pareva chiedersi il candidato presidente, incalzato dalle domande dell’avversario. Se già ci si faceva qualche domanda allora, adesso che Biden è presidente non può permettersi questo atteggiamento nel momento in cui sta accogliendo caduti in guerra sotto il suo comando, morti in un’azione (il ritiro dall’Afghanistan) da lui ordinata.

È perfettamente legittimo sottolineare la gravità di questa gaffe, come solo i media conservatori stanno facendo, nel silenzio imbarazzato di quelli progressisti. Purtroppo, fosse solo una sbirciatina all’orologio il problema, non avremmo di che preoccuparci. Ma questo è solo l’ultimo di tanti esempi di atteggiamenti incomprensibili per il ruolo che Biden ricopre. Il 15 agosto è caduta Kabul, travolgendo i piani annunciati da tempo dallo stesso presidente. Eppure i media hanno dovuto attendere 24 ore prima che il presidente tornasse dalla sua residenza estiva e organizzasse la sua prima conferenza stampa. Un’occasione in cui dimostrò, per altro, cinismo e mancanza di empatia nel sottolineare (a tragedia dei profughi già incominciata) quanto l’Afghanistan non interessasse per nulla all’amministrazione americana. Dopo 20 anni di intervento e quasi 2500 morti, forse ci si sarebbe aspettati una risposta diversa da un semplice “non è negli interessi della sicurezza nazionale americana”.

Pochi giorni prima che Kabul cadesse, Biden ha rifiutato di rispondere alle domande dei giornalisti. E all’inizio di luglio, riteneva che l’Afghanistan fosse un tema troppo cupo per poterne discutere, mentre in giorni di vacanza si sarebbe dovuto parlare di cose più allegre. Testuali parole, come risposta alla quarta domanda di fila sulla crisi afgana: “Non risponderò più ad altre domande sull’Afghanistan. È il Quattro Luglio (festa dell’indipendenza, ndr). È un fine settimana di festa e io intendo celebrarlo”. E questa risposta l’ha data poco più di un mese prima che i Talebani prendessero Kabul, quando aveva ormai tutte le informazioni necessarie per comprendere la situazione disperata sul campo.

“Troppe domande, mi costringete a tornare e rispondervi” aveva detto a un reporter durante una conferenza stampa su un tema molto più pacifico, il dibattito al Congresso sulla prossima finanziaria. “Voi ragazzi siete veramente cattivi. Non prevedono che io risponda a così tante domande”, aveva detto, scherzando ma non troppo. Non prevedono? Chi? In quell’episodio, che aveva fatto levare più di un sopracciglio ai commentatori conservatori, Jen Psaki, la segretaria stampa della Casa Bianca si era giustificata così, in un’intervista allo stratega David Axelrod (ora commentatore politico della Cnn): “Riceve domande dai media ogni volta che si presenta in pubblico. Non è quel che raccomandiamo”. Perché? Perché è debole? Perché non sta bene? Perché è impreparato su molti temi?

Sono domande che sorgono spontanee sin dalla prima conferenza stampa, tenuta il 26 marzo, addirittura due mesi dopo il suo insediamento. Alle domande sul perché di quel silenzio imbarazzante, Jen Psaki rispondeva laconicamente che il presidente fosse “molto impegnato”. Strano comportamento per chi ha appena assunto la guida della maggior potenza mondiale e ha tutto l’interesse a comunicare, il prima possibile, i suoi programmi e la sua visione del mondo. La prima conferenza, letta senza le lenti rosa dei media più vicini al presidente, è già stata un’esperienza angosciosa. Il presidente, cercava gli appunti, leggeva le risposte, rispondeva a domande di giornalisti selezionati che gli davano la possibilità di spiegare per filo e per segno, senza imbarazzi, quel che doveva dire. L’idea che uno spettatore qualunque si può fare è quella di un presidente che può parlare solo in un contesto amico, con domande e risposte già preparate, ma si trova in difficoltà una volta esposto agli imprevisti dei media. Come quando si è messo a ridere (probabilmente perché aveva visto o sentito altro?) alla domanda su cosa si potesse fare per i cittadini americani rimasti in Afghanistan dopo la fine del ponte aereo.