Mancano poche settimane al secondo anniversario della guerra in Sudan, e il Paese non è mai stato così vicino all’abisso. Il conflitto, scoppiato il 15 aprile 2023, ha visto contrapporsi le Forze Armate Sudanesi (SAF), guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, e le Forze di Supporto Rapido (RSF), un gruppo paramilitare guidato dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemedti. Le tensioni, nate da disaccordi sull’integrazione delle RSF nell’esercito, hanno rapidamente degenerato in una devastante guerra civile. Pur con l’attenzione internazionale divisa tra diverse emergenze e altri scenari di conflitto, il dramma sudanese si impone con la brutalità di numeri inequivocabili, oltre 30 milioni di persone necessitano di aiuti umanitari, tre milioni hanno varcato il confine in cerca di salvezza, e un sudanese su quattro è uno sfollato nella sua stessa terra, sradicato, spaesato, inghiottito da un esodo che non ha bussola.
Nei campi profughi, sotto tende sdrucite e teloni arsi dal sole, donne incinte e bambini sotto i cinque anni affrontano una roulette russa biologica, il 3,7% di loro soffre di malnutrizione acuta, i corpi ridotti a pergamene fragili su cui il destino incide sentenze senza appello. In cinque località del Darfur e dei Monti Nuba la carestia è già il presente, non più una minaccia. Presto, con il collasso del sistema sanitario e la guerra che si propaga come un veleno nella carne della nazione, altre regioni seguiranno lo stesso tragico percorso.
A fronte della catastrofe in corso, l’insufficienza delle risorse disponibili è allarmante. L’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari (OCHA) ha stimato che per far fronte alle necessità del 2025 sarebbero necessari oltre 6 miliardi di dollari, ma fino ad ora meno del 5% è stato garantito. I fondi stanziati sembrano briciole gettate su una voragine, mentre i tagli agli aiuti bilaterali da parte degli Stati Uniti e la riduzione del budget per lo sviluppo nel Regno Unito hanno lasciato il Sudan in balìa di se stesso. Si chiede alle Nazioni Unite di intervenire per portare soccorso a 20 milioni di persone, ma già sappiamo che almeno la metà di loro resteranno senza nulla. Le agenzie umanitarie, tra cui il Programma Alimentare Mondiale e l’UNICEF, si trovano in una situazione di estrema difficoltà. La progressiva riduzione delle scorte e l’arrivo degli aiuti in quantità insufficienti aggravano quotidianamente la crisi, con conseguenze devastanti sulla vita dei bambini, che muoiono di fame nel silenzio generale.
La spartizione di una nazione
Nel frattempo, il Sudan è sempre più attraversato da conflitti armati, con le Rapid Support Forces (RSF) che controllano oltre 13 regioni, mentre le Forze Armate Sudanesi (SAF) tengono saldo il nord e l’est. Sui Monti Nuba, la guerra ha generato un’anarchia organizzata, con fazioni ribelli che governano come signorie medievali. E poi c’è il Darfur, una terra che porta sulle spalle il peso della Storia, ancora una volta ridotta a teatro di massacri e lotte intestine.
Un recente incontro a Nairobi tra le Forze di Supporto Rapido (RSF), gruppi politici e civili ha sottolineato la crescente frattura del Paese. L’incontro, tenutosi il 18 febbraio, ha visto leader e alleati dell’RSF discutere la “Carta politica per il Governo di pace e unità”, un accordo volto a stabilire un’amministrazione alternativa nelle regioni controllate dalle RSF. Tra i partecipanti figuravano Abdelaziz al-Hilu, leader del Movimento di Liberazione Popolare del Sudan-Nord, Ibrahim al-Mirghani, leader del Partito Unionista Democratico, e Fadlallah Burma Nassir, leader del Partito Nazionale Umma, la cui presenza ha suscitato sorpresa, dato che il suo partito si oppone alla creazione di tale amministrazione alternativa. Più che una conferenza di pace, l’incontro è sembrato una spartizione dei resti di una nazione in difficoltà, con il rischio di una nuova secessione e di un’ulteriore instabilità.
Di fronte a tale scenario, si impone una riflessione sulle strategie da adottare. Le sanzioni e i blocchi economici, pur rappresentando strumenti di pressione, non possono da soli arginare un conflitto rinvigorito da ingenti risorse finanziarie. È necessario, pertanto, individuare e neutralizzare le fonti di finanziamento delle fazioni belligeranti. In tali condizioni, il settore aurifero assume un ruolo di primaria importanza. Il Sudan, nel corso del 2024, ha registrato un’esportazione di 64,4 tonnellate di oro, generando proventi di dubbia destinazione. È lecito, quindi, interrogarsi sui beneficiari di tali risorse, che certamente non coincidono con la popolazione colpita dalla carestia.
È necessaria una revisione approfondita di tutti gli accordi commerciali, sia quelli stipulati sotto il regime di Omar al-Bashir, sia quelli di più recente data. È inaccettabile che l’oro continui a essere utilizzato come strumento di finanziamento per conflitti e alleanze oscure. Serve, pertanto, l’adozione di misure incisive volte a contrastare il contrabbando, a monitorare rigorosamente le esportazioni e a destinare i proventi a programmi di assistenza umanitaria. Lo stesso principio deve essere applicato ai fondi sovrani, ai beni congelati in seguito alle sanzioni statunitensi e alle risorse detenute dalle istituzioni finanziarie. Ogni dollaro sottratto ai signori della guerra rappresenta un contributo fondamentale per alleviare le sofferenze dei bambini che, loro malgrado, si trovano a vivere in questa situazione di estrema difficoltà.
L’oro e i programmi umanitari
E poi c’è il Fondo di stabilizzazione regionale delle Nazioni Unite, un meccanismo pensato per aiutare i Paesi lacerati dai conflitti. Il Sudan ne ha disperatamente bisogno, non solo per ricostruire, ma per evitare di sprofondare definitivamente. Riattivare i servizi essenziali, creare lavoro, ricostruire un tessuto sociale. Questo è l’unico antidoto alla violenza e al fanatismo che crescono dove regnano fame e disperazione. Ma nessun piano economico o umanitario funzionerà senza un cessate il fuoco duraturo. Bisogna bloccare il flusso di armi, imporre un embargo severo, costringere le fazioni in guerra a negoziare seriamente.
Mentre il 15 aprile si avvicina, le fazioni in lotta dovrebbero fermarsi un istante e guardare il Paese che stanno distruggendo. Un tempo il Sudan era una terra di scambi commerciali, di storia, di cultura. Oggi, è una ferita purulenta nel cuore pulsante dell’Africa, un grido silente che squarcia l’intero continente.
Il Fondo di stabilizzazione potrebbe essere un punto di ripartenza, un tentativo di rimettere insieme i pezzi, di restituire a questa gente ciò che gli spetta. Ma serve volontà politica. Serve una presa di coscienza. In queste circostanze, assume un’importanza cruciale la gestione delle risorse naturali del Paese, in particolare l’oro. È fondamentale che i proventi derivanti dall’estrazione e dall’esportazione di questa risorsa, che ha alimentato conflitti e corruzione, vengano reindirizzati e utilizzati per finanziare programmi umanitari. Per troppo tempo il Sudan è stato governato dalla legge dell’impunità. Forse è ora che questa legge venga stracciata.

